Architettura rurale PDF Stampa E-mail
Archivio dell'Arte

I tetti in paglia



L’antica copertura in paglia, tuttora presente in alcune costruzioni piemontesi, era utilizzata di frequente negli edifici rurali per la notevole leggerezza, l’ottimo isolamento termico e la buona resistenza agli agenti atmosferici (in caso di neve la struttura, discretamente inclinata, ne favorisce lo scivolamento a terra ed è idrorepellente). La durata media della copertura superficiale (generalmente in paglia di segale) era di circa quarant’anni, quella dell’intera struttura poteva arrivare anche a trecento, a meno che non venisse danneggiata durante un incendio.

Attorno al XIV-XV secolo, con la maggiore diffusione delle fornaci ed il conseguente aumento dell’uso di laterizi, unito alla volontà di contenere il rischio di incendi, molte comunità tendono a ridurre l’edificazione di tetti in paglia. Restavano tuttavia numerosi esempi di tali coperture. Nel XVII secolo sono presenti coperture in paglia non solo di abitazioni rurali, ma anche di edifici pubblici e magazzini. Durante l’ottocento ed il novecento si assiste presumibilmente ad una nuova diffusione di questo tipo di copertura, poiché viene riscontrato dai documenti dell’epoca un aumento delle coltivazioni di segale.

Attualmente esistono splendidi esempi nel Cuneese, in Valle Stura, nel Biellese, nella Valsesia, in Val di Gesso e Vermegnana e nelle valli di Lanzo.


Le "trunere", case in terra dell’alessandrino



Il nome "trunere" deriva dal vocabolo "trun", "mattone crudo" o" impasto di terra". Quest’ultima, una terra rossa argillosa, con presenza di ossidi di ferro e piccoli ciotoli, veniva estratta nella zona della "Fraschetta", sull’alveo del fiume Scrivia, ed era utilizzata senza l’aggiunta di altri materiali o leganti.

Solo in questa zona le case, in prevalenza ad uso rurale, erano costruite esclusivamente in terra; nelle zone adiacenti, dove la terra perdeva le caratteristiche suddette, la tecnica era di tipo misto (argilla con laterizi).

Il procedimento costruttivo delle trunere era estremamente economico, ma funzionale: l’argilla veniva impastata con acqua e versata in "cassoni (250 centimetri per 120, spessi circa 60-65 centimetri), precedentemente sistemati su una piattaforma di ciottoli o mattoni crudi (fondazione).

I muri di spina e quelli del vano scala erano spessi circa cinquanta centimetri al piano terreno e quaranta al primo piano. Le casseforme venivano spostate verso l’alto, sfasando i giunti. La terra veniva accuratamente pressata dopo ogni getto per eliminare gran parte dell’acqua in essa contenuta. Si procedeva così fino al getto delle volte interne (con travi in legno e lastricato con mattonelle) ed alla copertura in coppi (a due falde con uguale pendenza, ma diversa lunghezza) su capriate o travi. La "stagionatura" delle diverse fasi costruttive durava da dieci a venti giorni ed il procedimento complessivo circa otto mesi.

Le trunere, a pianta rettangolare, erano generalmente esposte a sud: su questo lato si trovavano i vani adibiti ad abitazione, mentre a nord venivano collocati i depositi. Al primo piano, in corrispondenza della stalla, veniva collocato il fienile. La struttura in terra offriva un ottimo isolamento termico in ogni stagione. La costruzione delle trunere termina durante la metà del ‘900, ne esistono ancora esempi "colti" a Pozzolo Formigaro (Chiesa di Santa Maria delle Ghiare), Frugarolo (Palazzo Pollastri e Villa Mandrino), meno degradati rispetto alle costruzioni rurali, ed altri minori nella zona di Alessandria, Tortona, Pozzolo, Bosco Marengo, Frugarolo, e a nord-est di Novi Ligure.

Tratto da L’architettura popolare in Italia – PIEMONTE a cura di Vera Comoli Mandracci, Editori Laterza

Ultimo aggiornamento Martedì 08 Novembre 2011 17:07