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Il Monferrato
di Gianluigi Bera
“..l’esultante di castella e vigne suol d’Aleramo..”:
può sembrare banale e ovvio cominciare a parlare del Monferrato partendo dal
celebre verso carducciano, che a forza di essere ripetuto e strombazzato in
ogni occasione ha finito col diventare stucchevole e trombonesco; eppure, al
di là della sua potenza evocativa, costituisce ancora oggi un parametro
utile per capire come questa terra straordinaria abbia sempre colpito
l’immaginario collettivo, non soltanto a livello nazionale. Anche l’Astesana,
le Langhe, il Roero, il Canavese, tanto per rimanere in Piemonte, sono da
secoli “esultanti” di vigne e punteggiate di castelli, ma non hanno Aleramo;
non hanno, come il Monferrato, un legame altrettanto forte con il mito di un
medio evo feudale e cortese incarnato e fatto storia vera dalla figura dei
dinasti che lo governarono. Certo, si tratta di un mito rinverdito e
rilanciato dal revival neomedievale dell’Ottocento, di cui Carducci
fu appassionato cantore, ma affermatosi già in epoche lontanissime e non
sospette ad opera di trovatori e poeti di tutta Europa, rafforzato e
propagandato da un’intera civiltà che aveva eletto la terra monferrina a
luogo ideale dell’aristocratica proesse, dove si rinnovava e
perpetrava il sogno di Artù e dei suoi cavalieri.
Il Monferrato non è, come spesso si fa finta di credere una
“espressione geografica”, ma è una delle “piccole patrie” piemontesi nata
dal connubio della Storia e del Mito.
Genesi del territorio
Bisogna, ancora una volta, partire da Aleramo, perché nella
sua persona la Storia ed il Mito si fondono. La prima ci dice che alla fine
del X secolo della nostra era, già potente funzionario dell’Imperatore
Ottone I, fu nominato capo della “marca di Liguria Occidentale”, ed ebbe in
concessione vastissimi possedimenti nei deserta loca tra Tanaro, Orba
ed il Mare. Il secondo ci parla della leggenda, antichissima e già nota nel
Trecento, secondo cui il giovane Aleramo si vide promettere dall’Imperatore
tanta terra quanta sarebbe riuscito a percorrerne in tre giorni di galoppo;
il suo destriero perse un ferro, e per riparare al danno e riprendere la
corsa lui dovette servirsi di un mattone, da cui “mon-ferrato”.
In realtà i discendenti di Aleramo presero il nome dall’area
dove concentrarono maggiormente la loro politica di espansione dinastica,
già definita “Monferrato” prima del loro avvento, sebbene limitata ad un
territorio esiguo situato secondo alcuni tra il Po ed il Tanaro nei pressi
di Valenza, secondo altri tra Chivasso e Trino. Il cognome della dinastia,
“di Monferrato” appunto, passò in seguito a designare la vasta compagine
statale da essa assemblata. Se poi l’antica area originaria si fosse
chiamata così per via del farro che vi si coltivava ( da cui Mons
pharratus), o per il fatto di essere particolarmente fertile (da cui
Mons ferax) o ancora perché era costellata di insediamenti abitativi
longobardi chiamati “Fare” ( da cui Mons Faratus) rimane unicamente
spunto per dibattiti eruditi. In epoca medievale i marchesi di Monferrato
riuscirono non solo a coagulare un amplissimo territorio, ma anche a
conferirgli una solida identità e soprattutto un enorme prestigio ideologico
attraverso l’eco delle loro gesta e della loro potenza. Il loro sogno di
dominare tutta l’area collinare tra Po e Appennino, conferendole unità
politica ed amministrativa, non riuscì a realizzarsi perché erano troppi i
rivali che perseguivano le stesse ambizioni: Asti in primo luogo, i principi
d’Acaia, i Savoia ed altri ancora. A partire dal XVI secolo si estinsero
definitivamente i discendenti di Aleramo (gli ultimi regnanti di questa
dinastia furono i Paleologi provenienti da Costantinopoli, il cui
capostipite Teodoro era figlio di Iolanda ultima erede degli Aleramici) e lo
stato monferrino passò ai Gonzaga di Mantova. Signori ricchi, potenti e
lontani, se da una parte spremettero come un limone le terre di nuovo
acquisto con una feroce pressione fiscale, dall’altra ne garantirono a lungo
l’autonomia rispetto al resto del Piemonte, o meglio rispetto ai Savoia
dalla forte politica accentratrice. Il Monferrato riuscì a conservare la sua
prerogativa di terra non piemontese anche dopo la definitiva annessione al
Regno di Sardegna, e la sua integrità territoriale fu perpetrata con
l’istituzione delle antiche province di Casale e di Acqui, che ne
ricalcavano esattamente i confini e gli àmbiti di influenza. Nel 1935 si
ripristinò la vecchia provincia di Asti soppressa a metà Ottocento, che
invece di limitarsi al retaggio storico e tradizionale dell’antica Astesana
fagocitò alcune porzioni moralmente significative delle terre Monferrine.
Da allora l’area definitivamente smembrata assunse un’identità informe ed
ameboide, un ectoplasma indefinito dove la realtà della sua storia
millenaria veniva puntualmente disconosciuta e disattesa dalla mancanza di
politiche unitarie volte alla valorizzazione territoriale. La colpa di ciò
va ascritta in parte all’Astesana, che accettò acriticamente la fasulla
identità monferrina cucitale addosso nel dopoguerra da amministratori poveri
di spirito; in parte si può assegnare alla passività del Monferrato, che ha
sempre trascurato fino a tempi recentissimi la tutela e la rivendicazione
delle proprie specificità . La zonazione vitivinicola attuata agli inizi
degli anni ’70 per delimitare le aree a denominazione d’origine controllata
peggiorò le cose, facendo un unico gran minestrone di territori, tipicità,
storia, tradizioni, e fornendo ad esso un’identità intercambiabile che alla
fin fine privava i termini “Asti” e “Monferrato” di qualsiasi
riconoscibilità.
Oggi le cose stanno cambiando, e sembra si sia capito come la valorizzazione
del territorio e delle sue produzioni debba obbligatoriamente passare
attraverso il recupero di un’identità forte e decisa. Rimane tuttavia ancora
irrisolto e limitante il problema dell’unità di azione e di programmi,
risolvibile solo tramite organismi estranei alla logica delle
amministrazioni provinciali.
Il paesaggio
“Ivi non monti,
ma bei colli et culti, / fertili, aprici sono et ben distinti,/ l’aratro
patienti, ornati et fulti/ de vite et de fructifer arbor cinti. Sì che per
lor beltade han dicto multi / da Dio e da Natura esser depinti.
A piè dei colli son valli et
belli / et verdi prati et placidi ruscelli./ Sì che qualunque ben misura et
vede/ di questa patria ogni suo colle et piano / dirà di Vener bella esser
la sede/ et quella coltivar con propria mano./ Et chi ben pensa a quello che
possiede/ il qual è necessario al victo umano / dirallo esser di Bacco
albergo fido/ et di Cerer verace ostello, e nido.”
Con queste parole il casalese Galeotto del Carretto, non
disprezzabile poeta del Rinascimento, delineava nel 1493 il ritratto di un
paesaggio che incarna tuttora l’essenza stessa del Monferrato. Colline,
innanzitutto, segnate dall’attività e dalla presenza dell’uomo in maniera
profonda ma armoniosa. Cerere e Bacco, i campi e la vigna, oggi come cinque
secoli fa si alternano senza mai prendere il sopravvento. Contrariamente
all’Astesana o a certe zone delle Langhe, quest’area non ha conosciuto la
fittissima dispersione dell’insediamento rurale; per ragioni storiche,
economiche e sociologiche i paesi sono rimasti accentrati, mentre le
abitazioni contadine sono prevalentemente organizzate in piccole frazioni
compatte o in vaste ma ben distanziate “cascine” plurifamigliari. Il
territorio ha così potuto conservare un’integrità ambientale che in molte
sue parti raggiunge un’inimitabile perfezione, complice anche la levigata
dolcezza dei rilievi collinari e l’alternanza quasi costante della vigna al
campo, al prato, alla macchia di vegetazione spontanea che colonizza i
versanti più impervi o gli scoscendimenti delle ripe. Si può ben capire come
il solito Giosuè Carducci, formidabile coniatore di slogan che ancora oggi
fanno la gioia degli assessorati al turismo, avesse definito queste terre
“..una Toscana senza cipressi”. La loro forza sta nell’inconfondibile
omogeneità, contraddistinta da “denominatori comuni” profondamente
caratterizzanti ed inequivocabili. Al primo posto l’edilizia tradizionale
che impiega largamente il tufo d’estrazione locale, un’arenaria a grana fine
e compatta dalle tenui tonalità color avorio antico. Questo materiale,
spesso alternato al cotto in piacevoli giochi cromatici, fu a lungo
utilizzato negli edifici rurali e civili, e costituisce ancora oggi un
inconfondibile marchio visivo della “monferrinità”. Altro elemento di
tipicità locale è rappresentato dalle monumentali parrocchiali
tardo-settecentesche, sorte quasi sempre in posizioni dominanti ed in forme
grandiose soprattutto ad opera del grande architetto casalese Ottavio
Magnocavallo. Più dei castelli, che pure vi sorgono numerosi e non di rado
estremamente scenografici, esse sono protagoniste assolute nella sky line
di questi luoghi. Infine, soprattutto in àmbito artistico e culturale, il
Monferrato si identifica nell’opera del suo più celebre pittore: Guglielmo
Caccia detto il Moncalvo, vissuto tra il 1568 ed il 1625. Dotato di
prodigiosa abilità tecnica, seppe incarnare lo spirito e l’epoca della
Controriforma con una vena devota e poetica di stampo tardo-manierista. I
suoi quadri pervasi da tonalità delicate e brillanti sono opere “..di
lieve ed affabile poetica religiosa..”, ed affollano tutte le chiese
monferrine, dalla capitale ai borghi più nascosti. La sua produzione godette
sempre di grandi apprezzamenti ed onori anche dopo il variare dei gusti e
delle committenze, quasi che il popolo di queste colline vi ravvisasse
l’emblema visivo della propria identità.
Gli accessi
Il Monferrato si raggiunge facilmente dai caselli
autostradali di Casale Sud sulla Genova-Gravellona Toce, e di Felizzano ed
Asti Est sulla Torino Piacenza. L’importante direttrice Casale-Moncalvo-Asti
è la colonna vertebrale del sistema stradale, su cui si innestrano i
percorsi secondari verso Chivasso (Val Cerrina e valle Versa) o verso
Alessandria.
I vini
Il Monferrato è da sempre una delle grandi “patrie” del vino.
Alle produzioni più antiche rivolte all’autoconsumo delle popolazioni
locali e delle numerosissime corti aristocratiche sparse sul territorio si
aggiunsero via via imponenti realtà commerciali dirette ad ampie zone del
nord Italia. Già dal XVI secolo i vini monferrini venivano regolarmente
“esportati” verso la pianura vercellese e novarese, verso la Lomellina e la
Lombardia. Per mezzo della navigazione fluviale sul Po confluivano fino alla
lontana Mantova allora sede della corte regnante. A partire dal XVIII secolo
scoppiò la moda dei vini chiaretti, destinati soprattutto al consumo
qualificato delle classi più agiate; vini che trovarono in Monferrato
un’ideale terra d’elezione, grazie principalmente al vitigno Grignolino.
Questa varietà secondo alcuni studiosi è autoctona e conosciuta in zona già
dal XIII secolo con il sinonimo di “Barbesino”. La tenue colorazione
dell’acino consente di ottenere un prodotto dal colore brillante ma scarico,
ideale per quei “ciaret” che mandavano in visibilio i gentiluomini
piemontesi e lombardi dell’ “Età dei Lumi”. Come l’Astesana, anche questa
parte di Monferrato costituì sempre un’area di resistenza alla diffusione
dell’Alteno, (tecnica di allevamento a sesti d’impianto molto alti ed
espansi) mantenendosi fedele alle vigne, dalle rese unitarie più limitate
ma di migliore qualità. Da queste parti era in uso fino a qualche decennio
fa un particolare sistema colturale definito “casalese”, con la vite tenuta
molto bassa ed il tralcio disposto ortogonalmente alla linea del filare.
La facilità dell’ “estrazione” delle produzioni enologiche monferrine verso
aree di forte consumo, unitamente all’indiscusso prestigio di cui godevano,
indusse tra XVIII e XIX secolo un vertiginoso aumento della superficie
vitata, anche in zone dove oggi la vigna è praticamente in via d’estinzione.
Ancora alla fine dell’Ottocento erano coltivate in Monferrato almeno
venticinque varietà diverse d’uva da vino, ma era già evidente come solo
alcune di esse presentassero effettivi interessi economici. La sempre più
pressante esigenza di produrre vini “da pasto” a basso prezzo induceva il
netto predominio della Barbera e della Freisa, che colonizzavano
rispettivamente le aree più fresche ed i bricchi più soleggiati, e si
imponevano a spese dell’illustre Grignolino la cui coltivazione carica di
storia e di prestigio si stava riducendo ai minimi termini. Destinate a
rapida estinzione le varietà a bacca bianca, tra cui predominava un tempo la
Malvasia vinificata in versione secca, amabile o addirittura passita;
confinate al rango di curiosità ampelografica antiche varietà autoctone come
la Slarina, la Balsamina, il Bastrè, lo Zanè. A fine Ottocento la
vitivinicoltura monferrina sembrava irrimediabilmente protesa ad una
politica quantitativa, di reddito modesto e soprattutto di bassa immagine.
Resistevano, è vero, piccole nicchie di qualità elevata, che però andavano
perdendosi nel mare magnum delle produzioni di massa. All’epoca
eccezionali figure di tecnici , ricercatori e divulgatori monferrini ( come
gli Ottavi, i Marescalchi, F.Martinotti etc.) lottarono con energia inaudita
contro il degrado e l’avvilimento enologico della loro terra, con risultati
piuttosto scarsi. A loro, alle loro intuizioni di sorprendente modernità ed
attualità, all’opera capillare di divulgazione e di miglioramento tecnico
vanno tuttavia riconosciuti i meriti ideologici della rinascita enoica del
Monferrato, iniziata in sordina nel dopoguerra con il recupero del
Grignolino, e ancora oggi in pieno svolgimento con la valorizzazione della
Barbera. Le eccellenti potenzialità qualitative del territorio hanno trovato
da tempo interpreti appassionati, che ne stanno rilanciando l’immagine con
convinzione e determinazione. La realtà attuale vede comunque un
appannamento del Grignolino, la cui tipologia “casalese” (colore scarico,
elevata tannicità ed acidità) non incontra i favori del gusto
internazionale, costringendolo ad un àmbito locale significativo ma
limitato, soprattutto poco produttivo in termini di immagine. A questo
fenomeno fa riscontro il rafforzamento della Barbera, che qui ha una delle
sue patrie d’elezione, ma la cui denominazione “Monferrato” è ancora intesa
come “parente povera” della più blasonata Barbera d’Asti. Il dibattito al
riguardo è in pieno svolgimento , e vede i produttori monferrini giustamente
decisi a rivendicare pari dignità tipologica per la propria Barbera, nel
rispetto della tipicità e della territorialità. Un discorso a parte meritano
i vini “di nicchia”: alla limitata ma positiva realtà del Casorzo Malvasia e
del Ruchè, caratteristici di un’area dalla solida struttura enoica quale il
Monferrato Astigiano, fa riscontro il declino dei gloriosi Gabiano e Rubino
di Cantavenna, sempre più relegati al ruolo di curiosità locali.
Il Monferrato Astigiano
Si chiama così principalmente perché è compreso entro i
confini della provincia di Asti, ma anche perché buona parte dei suoi comuni
gravitano su Asti dal punto di vista economico ed amministrativo. E’
comunque un territorio cosciente della propria identità storica, e
profondamente, compiutamente monferrino nelle sue prerogative ambientali,
paesaggistiche, artistiche ed etnografiche. Oggi il concetto di “Monferrato
Astigiano” viene usato spesso a sproposito, comprendendovi tutte le terre
situate a nord del Tanaro e addirittura la stessa Asti, smemorata capitale
dell’Astesana. In realtà si tratta di una terra dai confini ben netti,
scritti dalla storia e durati per secoli fino al 1935, fino a quando durò
in vita, cioè, l’antica provincia (poi circondario) di Casale sorta sulle
ceneri del glorioso Marchesato. Punto di partenza per gli itinerari
dell’area è la città di Moncalvo.
Il Monferrato Casalese
Il termine è moderno, e nacque a partire dal 1935, quando il
Monferrato unitario fu smembrato ed assegnato alla giurisdizione di due
province diverse. Casale se ne sta ai margini, ma è inevitabile punto di
partenza e di arrivo per la conoscenza del territorio.
Casale è l’unica, la vera
capitale del Monferrato, almeno dal 1436, quando i marchesi decisero di
farne definitivamente la sede della propria corte e dell’apparato statale.
Solo apparentemente volta le spalle alla sua terra, eccentrica com’è e
protesa verso la pianura, ma in realtà mantiene con essa profondi e
reciproci legami affettivi, culturali e ideologici ancor prima che
amministrativi. Dopo molti anni di disinteresse la città sembra decisa a
riaffermare con decisione il ruolo di guida che le compete, soprattutto con
un’intelligente politica di valorizzazione culturale, rilanciando nel
contempo la sua illustre tradizione enologica e gastronomica.
Alto Monferrato
Il Monferrato costituì per molti secoli una nazione, e come
tutte le nazioni che si rispettino ha avuto le sue brave ripartizioni
interne, territoriali ed amministrative. Per i capricci della storia
l’antico, illustre marchesato fu sempre strutturato in due tronconi,
distanziati tra loro dall’Astesana e collegati soltanto da una risicata
lingua di terra in prossimità del Tanaro. La denominazione di questi due
corpi separati fu per molto tempo casuale ed arbitraria; così tra XVII e
XVIII secolo si parlava di “ Monferrato Superiore” e “Monferrato Inferiore”
in riferimento rispettivamente alle terre verso il Po e a quelle verso
l’Appennino. I cartografi francesi del XVIII secolo coniarono per la prima
volta le espressioni “Haut Montferrat” per designare la parte
settentrionale, che per l’appunto sta in alto nelle rappresentazioni
topografiche, e “Bas Montferrat” per la parte meridionale che occupa nelle
medesime la parte inferiore. Nello stesso periodo la cancelleria e la
cartografia del Regno di Sardegna, per contro, fecero all’opposto non appena
i Savoia acquisirono il definitivo dominio di queste zone: basandosi
principalmente sull’aspetto altimetrico si cominciò ad usare il termine di
“Basso Monferrato” per la parte settentrionale, e di “Alto Monferrato” per
quella meridionale. La perdita dell’antica autonomia, pur non cancellando la
radicata identità dell’antico stato monferrino, provocò di fatto la
separazione delle due entità territoriali che lo costituivano: private del
collante prima rappresentato da un’unica amministrazione e da un unico
apparato burocratico, ognuna di esse andò per la propria strada, accentuando
le reciproche diversità un tempo subordinate all’identità comune. E’ rimasto
in comune il nome glorioso, la memoria storica, il fascino di una forte e
radicata tradizione vitivinicola, l’appartenenza ad un’unica Provincia:
tutto il resto lascia capire con chiarezza che si tratta di due “piccole
patrie” sostanzialmente autonome, ognuna con i propri poli gravitazionali,
le proprie strutture economiche, le proprie particolarità morfologiche,
ambientali, paesaggistiche. Per quanto riguarda l’Alto Monferrato, ciò che
lo caratterizza è il rapporto costante e privilegiato con la Liguria e con
il mondo mediterraneo, che ne ha influenzato profondamente la storia, i
dialetti, le tipologie architettoniche ed urbanistiche, le espressioni
artistiche e le tradizioni gastronomiche. Oggi è una terra straordinaria,
decisa finalmente a far conoscere le proprie qualità. Ha tutte le carte in
regola per farlo: ambiente naturale bellissimo e in gran parte
incontaminato, centri storici ricchi di testimonianze del passato che hanno
nei numerosi castelli i simboli più evidenti e spettacolari; gastronomia di
prim’ordine, che ha i suoi punti di forza nelle produzioni tipiche di
formaggi, salumi, dolci, nei funghi e nei tartufi, nella fitta rete di
ristoranti, trattorie tradizionali, agriturismo. Infine il vino, che qui
come in altre zone del Piemonte è il primo ispiratore delle politiche
turistiche: ci sono realtà forti e trainanti come il Gavi, che ha raggiunto
da tempo una notorietà ed un prestigio internazionali, o come il Brachetto
d’Acqui che sta consolidando sempre più il suo travolgente e recente
successo; ci sono grandi potenzialità ancora in gran parte da esprimere
come il Dolcetto d’Ovada, i cui caratteri d’intensità e rotondità vedono
crescere l’interesse dei consumatori. La volontà di promuovere attraverso un
disegno comune di sviluppo del turismo e dei prodotti tipici, ha portato in
tempi recenti al recupero ed al rilancio dell’identità territoriale, che ha
trovato la sua più forte affermazione nella nascita dell’Associazione Alto
Monferrato, costituita dai cinquantotto Comuni appartenenti a questa
“piccola patria”.
Genesi del Territorio
A dispetto della leggenda tanto cara agli spiriti romantici
di ogni epoca, Aleramo fu un signore già ricco sfondato di suo, che
nell’anno 967 si vide assegnare dall’imperatore Ottone I il dominio
sull’antica Marca carolingia della Liguria Occidentale, estesa tra il
Tanaro, l’Orba ed il mare. La casata aleramica si frazionò, dopo la morte
del capostipite, in numerosi rami collaterali, che non riuscirono o non
vollero mantenere l’originaria unità della Marca, ma che diedero vita ad
altrettante signorie autonome, chiamate a loro volta “marchesati”. I
discendenti diretti di Aleramo concentrarono la loro attività politica e
dinastica nel territorio a destra del Po, prendendo il nome da una piccola
porzione di esso che si chiamava “Monferrato”. Tutti gli altri si spartirono
il restante: nell’area che ci interessa spadroneggiavano i marchesi del
Carretto, i del Bosco, i di Ponzone, i cui possedimenti si alternavano a
quelli di altre piccole signorie locali non aleramiche, ed ai marchesati
obertenghi di Gavi e di Parodi. A complicare ulteriormente le cose c’erano i
beni feudali molto estesi dei vescovi di Acqui, e le velleità comunali della
stessa città, che tentava di assumere il controllo dell’antico comitato
detto “Acquesana”. A partire dalla seconda metà del XIII secolo i marchesi
di Monferrato iniziarono il tentativo di ricomporre l’unità dell’antica
marca aleramica sotto il loro diretto dominio, a spese degli altri signori
che si stavano indebolendo a seguito di sempre più vistosi frazionamenti
ereditari. Il tentativo riuscì solo in parte, perché trovò l’ostacolo della
crescente potenza di comuni cittadini come Asti o Alessandria. Tuttavia
alla metà del Trecento il Monferrato si era definitivamente annesso, a volte
con la forza, più spesso con dedizioni spontanee, buona parte di quelle
terre tra il Tanaro e l’Appennino che ancora oggi si definiscono
“monferrine”. Esse erano strette ad sudovest tra i marchesati di Ceva e del
Carretto fedeli ad Asti, a nord-ovest dalle terre dell’Astesana, a sud e ad
est dai dominii genovesi. Acqui assunse all’epoca un ruolo importantissimo
di sub-capitale per l’amministrazione e la difesa dell’area, che agli inizi
del Quattrocento venne inalzata al rango di “Contea d’Acquesana” e assegnata
al primogenito del marchese regnante. Pur rimanendo fuor di discussione
l’appartenenza e la fedeltà al Monferrato, questo provvedimento ne rafforzò
l’identità e gettò le basi per una rigogliosa fioritura economica e sociale
destinata a durare a lungo. Nel 1431 i Visconti di Milano, in guerra contro
il Monferrato, occuparono armata manu una nutrita serie di paesi
dell’Alto Monferrato e delle Langhe. Alla morte senza eredi del duca Filippo
Maria Visconti essi furono confiscati dall’Imperatore del Sacro Romano
Impero e divennero “feudi Imperiali”, nominalmente dipendenti da Sua Maestà,
di fatto “affittati” ai migliori offerenti, cioè alle potenti e ricchissime
famiglie genovesi. Gli Adorno, i Durazzo, i Centurione, gli Spinola, i
Grimaldi e via elencando fecero rinnovare e ricostruire i castelli in forme
grandiose; poiché i Feudi Imperiali godevano dell’extraterritorialità non
rimasero quindi coinvolti nelle lunghe guerre del XVII secolo e giunsero
fino a noi in ottimo stato. Grazie a ciò ancora oggi l’Alto Monferrato è una
delle aree castellate più impressionanti d’Italia per numero, bellezza, buon
stato di conservazione dei manieri che vi sorgono. Estintosi lo stato
monferrino nel 1708 i suoi territori costituirono le nuove province sabaude
di Casale e di Acqui, che ne ricalcavano esattamente i confini e ne
perpetravano l’identità territoriale.
Alto Monferrato: la Strada del Vino.
Prima in Piemonte è stata realizzata la Strada del Vino, intuendone appieno il ruolo fondamentale
per la valorizzazione e la definitiva consacrazione turistica del
territorio. Come ha detto uno dei promotori dell’iniziativa, “..è la prima
moderna Strada del Vino del Piemonte, pensata e gestita come un’impresa di
interesse collettivo con impegni, controlli, animazione, spirito di
accoglienza. Una Strada che partendo dal vino arriva a presentare e a
rendere fruibile il territorio in maniera completa, con tutte le sue
particolarità enogastronomiche, ambientali ed artistiche. E’ articolata in
sei “percorsi” tematici, che esaltano le caratteristiche produttive ed
ambientali di ogni area, valorizzandone ad un tempo le peculiarità di tipo
storico-artistico.
Porte d’accesso
L’Alto Monferrato è attraversato dall’autostrada
Genova-Gravellona Toce che lo rende comodamente raggiungibile tramite i
caselli di Ovada ed Alessandria Sud; una bretella autostradale tra Tortona e
Novi la collega alla Milano-Serravalle ed alla Lombardia . Le principali
strade statali sono: da Asti la Nizza-Acqui (tortuosa ma molto panoramica) o
la Nizza-Alessandria; da Alessandria cominciano le tre antichissime strade
per le Riviere: una per Acqui risale la valle Bormida fino a Savona; l’altra
per Ovada lungo la valle Orba fino a Genova; la terza per Gavi e la val
Lemme fino a Genova. Il territorio è ben servito da linee ferroviarie che
collegano la Liguria al Piemonte: le stazioni più comode sono Alessandria,
Acqui e Novi.
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