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Una balena in Piemonte PDF Stampa E-mail
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Testo di: Piero Damarco

Parlando di balene o di cetacei in genere viene subito da pensare alle immense acque oceaniche solcate da giganteschi e affascinanti mammiferi così come siamo abituati a vederli nei filmati. Oppure torna alla mente l'epopea delle baleniere cantata da Melville. Diventa così difficile immaginare che, un tempo, in Piemonte ci fossero le balene. Nel passato geologico, invece la nostra regione è stata, per lunghi periodi sommersa da mari più o meno profondi. Mari, più caldi dell'attuale Mediterraneo abitati da svariati organismi, che col passare di milioni di anni si sono diversificati, evoluti e talvolta estinti. Fra questi vi erano anche i cetacei, come provano le testimonianze fossili che provengono tuttora dai sedimenti terziari ( da 1,8 a 70 milioni di anni fa) e che rendono il Piemonte una delle regioni più importanti internazionalmente per i ritrovamenti dei fossili di questi animali.
(...)
La scoperta, nell'autunno del 1993, dei resti di un grande mammifero nei pressi di S. Marzanotto, frazione poco a sud di Asti costituisce l'ultimo ritrovamento di cetacei fossili in Piemonte.
Il reperto è costituito da buona parte dello scheletro di un esemplare di Balaenottera acutorostrata cuverii. L'esemplare, che probabilmente raggiungeva la lunghezza tra i 6 e 7 metri, conserva quasi tutto il cranio; danneggiato anteriormente da lavori agricoli, la maggior parte della regione cervico-bracica, mentre è presente solo parzialmente quella lombo-caudale.
Durante le fasi di scavo per isolare parzialmente dal sedimento argilloso i resti ossei e predisporli per l'estrazione definitiva, sono stati rinvenuti molti denti di squalo e diverse conchiglie fossili grazie ai quali è possibile ricostruire, a grandi linee, ciò che accadde all'epoca a questa balenottera.
Il cetaceo probabilmente frequentava la zona, che nel Pliocene inferiore (3 milioni e mezzo di anni fa) corrispondeva a una baia tranquilla, in cui le balenottere si ritrovavano periodicamente, forse durante il periodo delle nascite o per condizioni alimentari favorevoli.
L'esemplare, adulto, malato o ferito da predatori morì, e il suo corpo andò ad adagiarsi sul fondo marino dove vivevano i molluschi di cui si sono ritrovate le conchiglie.
Infine, il definitivo seppellimento da parte del sedimento fine permise la conservazione e la successiva fossilizzazione dello scheletro e di tutti i resti degli organismi che vissero nelle sue vicinanze.
Dai denti fossili di squalo riscontrati sembrerebbe che la carcassa della balenottera venne più volte attaccata dagli squali, soprattutto da appartenenti alla specie Carcharhinus etruscus, che potevano superare i 2 m circa di lunghezza, e da un grande esemplare di Isurus oxyrhyncus hestalis di oltre 4 m di lunghezza, che ne smembrarono le parti disarticolando e spostando le varie ossa, perdendo nel contempo vari denti, come accade abitualmente durante l'attività predatoria di questi animali.
Nel Medioevo e per molti secoli questi denti fossili furono chiamati glossopetrae (pietre a forma di lingua) e ritenuti un efficace antidoto contro il veleno dei serpenti.
Per spiegare la maggiore frequenza, nel Pliocene, di migrazioni di misticeti nella regione mediterranea, vanno considerate, oltre le condizioni di vita più tranquille in quel periodo, anche l'influenza di un clima certamente più caldo e favorevole e di conseguenza fonti di cibo reperibili con maggiore facilità.
Durante il Pliocene (5 - 1,8 milioni di anni fa) il Monferrato settentrionale costituiva un'isola allungata che limitava il mare padano, mentre a sud le Langhe formavano una propagine di terra emersa.
In questo modo si delineò un braccio di mare tra il "Golfo di Cuneo" e quello di Alessandria: era il Bacino Pliocenico Astigiano, che rimase sommerso per circa tre milioni di anni.
Nella parte centrale e più profonda del Bacino, si depositarono, in ambienti tranquilli, i sedimenti più fini e argillosi (formazione delle argille di Lugagnano) mentre verso il litorale, in ambienti costieri, si formarono sedimenti più grossolani e sabbiosi (formazione delle sabbie di Asti).
Alla fine del Pliocene, in seguito all'enorme apporto da parte dei fiumi che scendevano dall'arco alpino e al lento innalzamento dei fondali, la profondità del mare diminuiva. Il "golfo Padano" andava man mano riempiendosi, con il conseguente ritiro delle acque verso est, riducendosi all'attuale Adriatico. Il dominio continentale si espandeva e si sovrapponeva al dominio marino. Questo fenomeno si concluse con l'emersione di tutto il territorio astigiano e monferrino.
(...)

Come si estraggono e conservano i fossili di vertebrati.

I reperti fossili dal momento delle scoperta a quello della loro definitiva sistemazione espositiva in un museo, sono sottoposti ad una lunga serie di operazioni.
I fossili di vertebrati, data la rarità e la vastità del territorio in cui possono essere presenti, si rinvengono quasi sempre in modo fortuito, a seguito di eventi naturali particolari (erosione, frane, ecc.) o artificiali (cave, miniere, scavi agricoli, ecc.).
Una volta avvenuta la scoperta dei resti fossili si procede con lo scavo per individuare tutte le parti scheletriche presenti. Le fasi di scavo in vicinanza dei reperti vengono effettuate manualmente, cercando di isolare solo la metà superiore di tutti i resti, mentre la parte inferiore si lascia ancora inglobata nel sedimento.
In seguito, si numerano i reperti e si traccia un reticolo metrico per poter riferire fotograficamente le posizioni relative tra le varie parti scheletriche ritrovate.
Durante questa fase i reperti, devono essere trattati con la massima cura e precauzione, sia per salvaguardare l'integrità, sia per non disperdere dati molto importanti relativi alla giacitura stratigrafica. Inoltre, devono essere recuperati tutti i fossili di altri organismi limitrofi ai resti del vertebrato, per avere più indicazioni possibili sulla "associazione faunistica fossile", utile per una ricostruzione paleoambientale del sito.
Le operazioni di estrazione definitiva delle parti scheletriche avvengono scavando intorno ai reperti una piccola trincea, delimitando uno o più blocchi contenenti gruppi di ossa.
La parte sporgente del fossile viene ripulita dal sedimento, fino ad isolarla dal blocco matrice per circa metà dello spessore e trattando preliminarmente i fossili con resine consolidanti. L'altra metà, ancora inglobata nel terreno, viene isolata avendo cura di lasciare intorno al reperto uno spessore di sedimento. Si scavano quindi al di sotto del blocco così isolato alcune gallerie trasversali all'asse dello stesso.
Il pezzo così preparato viene ricoperto da carta inumidita o pellicola d'alluminio per isolare la superficie dei resti fossili dall'applicazione del gesso semiliquido e delle strisce di juta imbevute di esso, con cui si realizza una "camicia" di rinforzo attorno al blocco. In questo potrà venire staccato e trasportato senza rischiare di danneggiare i reperti.
Una tecnica più moderna per il recupero dei fossili di vertebrati, è quella del poliuretano espanso, che permette di ridurre notevolmente il peso, nel caso di reperti di grandi dimensioni.
Dopo l'estrazione si procede con la preparazione dei reperti per l'esposizione e lo studio; un processo che prevede diversi passaggi. Fino alla fase più delicata della pulitura. ,
Generalmente l'operazione viene condotta manualmente con scalpellini, raschietti, punte di varia foggia, oppure con trapani, sabbiatrici, ultrasuoni, ecc. .
Si ripulisce così il reperto dal sedimento, avendo cura di consolidare le parti che si presentano fratturate, , incollando gli eventuali frammenti che possono staccarsi nel corso di tali operazioni.
Il fossile infine viene trattato definitivamente con resine consolidanti ed indurenti, per immersione oppure applicando l'indurente con il pennello.
I reperti così preparati sono pronti per essere studiati, esposti in museo o eventualmente, come avviene ormai in quasi tutti i più grandi musei, si possono ricavare da essi dei modelli, in gesso o resina, che permettono ottime ricostruzioni, senza utilizzare i fossili originali, vengono in tal modo preservati da possibili danni.
(...)

Una balena di nome Tersilla

Accanto ai percorsi della scienza non dimentichiamo i tortuosi sentieri della fantasia che fin dalla notte dei tempi aiutarono l'uomo a convivere con ciò che non conosceva.
I1 mistero che circondava la balena, animale tanto grande quanto pacifico, spinse gli uomini a dargli un nome per poterlo identificare e quindi controllare magicamente, esorcizzandolo o captandone i favori.
Presente nei miti, nelle leggende e nei racconti di molti popoli, la balena è il Leviatano biblico portatore di sventure o la divinità marina che in Vietnam guida le navi e protegge dai naufragi. In Giappone è il genio che soccorre nel passaggio verso la dimora degli immortali; nella cosmogonia islamica è Al-Bahhût, la grande balena che sorregge il toro, che sorregge la roccia, che sorregge l'angelo, che sorregge la Terra.
E forse un po' per gioco, un po' per un atavico timore reverenziale, asi è voluto dare un nome alla balena di San Marzanotto, chiamandola "Tersilla", in onore della proprietaria del terreno nel quale è stata scoperta.


Questa pagina è tratta interamente da "Piemonte parchi" numero 32, pubblicato sul  Sito Ufficiale Regione Piemonte.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Febbraio 2011 18:06
 
Fauna regionale PDF Stampa E-mail
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Questa pagina è tratta interamente da , pubblicato sul  Sito Ufficiale Regione Piemonte

Testo di Gianni Boscolo - Illustrazioni Cristina Girard

Il ritorno del lupo
Il lupo è tornato sulle montagne del Piemonte. Un ritorno che testimonia il miglioramento delle condizioni ambientali e i frutti di un'azione di conservazione della specie avviata ormai quasi trent'anni fa. Nel 1971 infatti, i lupi rimasti sono due, trecento, quando parte la campagna del Parco d'Abruzzo e del WWF, significativamente chiamata "Operazione San Francesco". Poi, nel 1976, quando ormai si stima che la popolazione sia ridotta a cento individui, finalmente vengono promulgate le prime leggi di protezione. Nel 1982 a Ginevra, una convenzione europea dichiara Canis lupus specie gravemente minacciata. Ed in questi ultimi vent'anni, lentamente (anche perchè non sono cessate del tutto le uccisioni), la specie ha ripreso vigore e poco alla volta ha colonizzato nuovi territori, risalendo lungo la dorsale appenninica fino alle Alpi piemontesi e probabilmente non si arresterà. Il lupo è un animale sociale che nelle condizioni europee vive in piccoli branchi (mediamente 6,7 individui), in una società gerarchizzata dominata da un capo branco che ha una campagna dominante anch'essa. L'accoppiamento avviene soltanto tra gli esemplari dominanti. E' la modalità data in dotazione alla specie dall'evoluzione per mantenere l'equilibrio fra popolazione e risorse alimentari.

Ultimo aggiornamento Venerdì 21 Maggio 2010 10:19
 
I fiori protetti del Piemonte PDF Stampa E-mail
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per gentile concessione di Guido Nigrelli,
articolo pubblicato su Piemonte Parchi e sul suo sito personale: NaturaWeb
(produced by NaturaWeb)

La natura offre talvolta aspetti apparentemente insignificanti: un piccolo fiore, ad esempio. Durante la primavera la natura sembra esplodere tumultuosamente mettendo in evidenza uno dei numerosi aspetti che qua e là ci offre e che, a volte, passano inosservati: la vegetazione che ci circonda, nelle sue forme variegate ed i suoi rutilanti colori. All'interno di questo "mondo verde", vi sono però alcune specie la cui presenza sulla terra risulta molto scarsa e/o precaria.

Limitatamente alla nostra regione, una delle cause principali che hanno favorito questa situazione è stata sicuramente il forte grado di antropizzazione avvenuto nell'arco del secolo appena concluso, affiancato da un imponente sviluppo agro-industriale.

Questo ha di fatto cancellato la vegetazione naturale propria degli ambienti e dei paesaggi piemontesi (pianura, collina e media montagna), evolutasi nel corso dei millenni, per far posto a conglomerati urbani, complessi industriali e colture intensive.

La flora piemontese è particolarmente copiosa, fra le più ricche regioni italiane. Comprende circa 2500-3000 specie, a seconda dei diversi tipi di nomenclatura adottata; un numero notevole (53%) se confrontato col totale nazionale (5599 specie).

Anche il numero delle famiglie presenti è elevato: 154 su un totale di 168 (92%). In tale modo sono ben rappresentate, sotto il profilo corologico, le specie mediterranee (protetta Paeonia officinalis), come all'opposto sono frequenti le artiche – alpine alle quote elevate delle Alpi.

Esse hanno un areale relitto sviluppatosi in seguito ai processi di fusione avvenuti durante la postglaciale. I loro habitat ideali sono i pascoli alpini, sopra il limite climatico degli alberi, le paludi alpine, le vallette nivali, i ghiaioni alpini oppure i boschi.

Specie protette: Genziana tenella, Saussurea alpina, Ranunculus glacialis,Linnea borealis e Trollius europeus.

Numerose sono le circumboreali, ad areale tendenzialmente nordico, giunte sulle Alpi durante i periodi glaciali (protetta Caltha palustris), le eurasiatiche (protette: Lilium martagon e Nymphaea alba) e le europee in senso lato.

Nelle vallate alpine aride sono presenti specie steppiche, originarie dell'Europa orientale e dell'Asia centrale, mentre nelle aree più piovose a suoli acidi, sono discretamente diffuse le subatlantiche. Le grandi variazioni climatiche, avvenute in Europa durante i periodi Terziario e Quaternario, hanno avuto un ruolo fondamentale nell'evoluzione della vegetazione piemontese. Le glaciazioni distrussero la flora termofila terziaria che occupava il Piemonte (protetti i generi Soldanella e Campanula) ed eliminarono in buona parte la flora alpino – mediterranea (specie relitte protette: Sexifraga florulenta e Campanula alpestris, quest'ultima presente nei settori calcarei della Val Corsaglia, Val Pesio, Valle Susa, Val Maira e Val Chisone). Durante le quattro glaciazioni pleistoceniche, le Alpi non rimasero completamente sepolte dai ghiacci e proprio l'isolamento di alcuni settori portò alla comparsa di numerosi endemismi, i quali non sono esclusi dalla nostra regione ma interessano la catena alpina sia sul versante piemontese sia su quello ligure e francese.

Legate all'orizzonte montano e submontano sono protette: Crocus medio, sull'Appennino piemontese ed Euphorbia gibelliana, sul crinale che collega il monte Lera e la punta Fouma, presso Rivoletto (TO).

Inoltre sul territorio piemontese sono presenti alcune specie cosiddette in limite di areale e per questo protette: Soldanella pupilla, specie orientale avente come limite occidentale una porzione di confine ricadente nell'alta Val Formazza; Campanula excisa, nel settore nord – occidentale piemontese; Adenophora lillifolia, presente in un'unica stazione isolata presso Rivoletto (Madonna della Neve) e Scopola carniolica in Val Sessera. Anche la Collina di Torino ospita piante protette: Aconitum vulparia, Lilium martagon, Lilium croceum,

Il contingente floristico in questione – qui non interamente riportato – risulta pertanto assai numeroso e rappresenta quasi il 10% dell'intero patrimonio regionale (il che non è poco), per un totale di 45 famiglie, 16 generi e poco più di 230 specie, questo anche grazie alle particolari caratteristiche geo – morfologiche del territorio regionale (elenco completo al sito internet: http://www.ima.to.cnr.it/italiano/sppr.htm.)

Proteggere dunque per vivere, ma soprattutto per vivere meglio, in armonia con l'ambiente che ci ospita, questa poca rispettata Terra.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Febbraio 2011 18:08
 
Ambiente urbano PDF Stampa E-mail
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La presenza di animali all'interno delle città è nota a tutti, almeno per quanto riguarda le specie più comuni, quali Piccioni, Gabbiani, Merli, Storni, Cornacchie, Ratti, Topi, ecc.. Meno diffusa è la conoscenza sull'effettiva ricchezza della fauna che frequenta giardini pubblici, parchi urbani e tratti cittadini di fiumi. Eppure, indagini condotte sulla presenza di animali all'interno delle aree urbane hanno dato risultati spesso sorprendenti.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 21 Maggio 2010 10:22
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