Il Monferrato PDF Stampa E-mail
Monferrato, Astesana, Alessandrino

"Monferrato: codesto vocabolo villereccio, seguitando
la conquista 
dei Ferrati marchesi, come l'ombra
il corpo, 
abbandonò per
sempre il fertile colle transpadano
per rimanere 
titolo di signoria alle terre fra il 
Tanaro e
il Po ed esser 
gridato su i campi di battaglia d'Oriente, sempre o nella vittoria, o nella sconfitta, onorato".

Giosuè Carducci

 

Il Monferrato
di Gianluigi Bera
“..l’esultante di castella e vigne suol d’Aleramo..”: può sembrare banale e ovvio cominciare a parlare del Monferrato partendo dal celebre verso carducciano, che a forza di essere ripetuto e strombazzato in ogni occasione ha finito col diventare stucchevole e trombonesco; eppure, al di là della sua potenza evocativa, costituisce ancora oggi un parametro utile per capire come questa terra straordinaria abbia sempre colpito l’immaginario collettivo, non soltanto a livello nazionale.

 

 

Anche l’Astesana, le Langhe, il Roero, il Canavese, tanto per rimanere in Piemonte, sono da secoli “esultanti” di vigne e punteggiate di castelli, ma non hanno Aleramo; non hanno, come il Monferrato, un legame altrettanto forte con il mito di un medio evo feudale e cortese incarnato e fatto storia vera dalla figura dei dinasti che lo governarono. Certo, si tratta di un mito rinverdito e rilanciato dal revival neomedievale dell’Ottocento, di cui Carducci fu appassionato cantore, ma affermatosi già in epoche lontanissime e non sospette ad opera di trovatori e poeti di tutta Europa, rafforzato e propagandato da un’intera civiltà che aveva eletto la terra monferrina a luogo ideale dell’aristocratica proesse, dove si rinnovava e perpetrava il sogno di Artù e dei suoi cavalieri.

Il Monferrato non è, come spesso si fa finta di credere una “espressione geografica”, ma è una delle “piccole patrie”  piemontesi nata dal connubio della Storia e del Mito.

Genesi del territorio

Bisogna, ancora una volta, partire da Aleramo, perché nella sua persona la Storia ed il Mito si fondono. La prima ci dice che alla fine del X secolo della nostra era, già potente funzionario dell’Imperatore Ottone I, fu nominato capo della “marca di Liguria Occidentale”, ed ebbe in concessione vastissimi possedimenti nei deserta loca tra Tanaro, Orba ed il Mare. Il secondo ci parla della leggenda, antichissima e già nota nel Trecento, secondo cui il giovane Aleramo si vide promettere dall’Imperatore tanta terra quanta sarebbe riuscito a percorrerne  in tre giorni di galoppo; il suo destriero perse un ferro, e per riparare al danno e riprendere la corsa lui dovette servirsi di un mattone, da cui “mon-ferrato”.

In realtà i discendenti di Aleramo presero il nome dall’area dove concentrarono maggiormente la loro politica di espansione dinastica, già definita “Monferrato” prima del loro avvento, sebbene limitata ad un territorio esiguo  situato secondo alcuni tra il Po ed il Tanaro nei pressi di Valenza, secondo altri tra Chivasso e Trino. Il cognome della dinastia, “di Monferrato” appunto, passò in seguito a designare la vasta compagine statale  da  essa assemblata. Se poi l’antica area originaria si fosse chiamata così per via del farro che vi si coltivava ( da cui Mons pharratus), o per il fatto di essere particolarmente fertile (da cui Mons ferax) o ancora perché  era costellata  di insediamenti abitativi longobardi chiamati “Fare” ( da cui Mons Faratus) rimane unicamente spunto per dibattiti eruditi. In epoca medievale i marchesi di Monferrato riuscirono non solo a coagulare un amplissimo territorio, ma anche a conferirgli una solida identità e soprattutto un enorme prestigio ideologico attraverso l’eco delle loro gesta e della loro potenza. Il loro sogno di dominare tutta l’area collinare tra Po e Appennino, conferendole unità politica ed amministrativa, non riuscì a realizzarsi perché erano troppi i rivali che perseguivano le stesse ambizioni: Asti in primo luogo, i principi d’Acaia, i Savoia ed altri ancora. A partire dal XVI secolo si estinsero definitivamente i discendenti di Aleramo (gli ultimi regnanti di questa dinastia furono i Paleologi provenienti da Costantinopoli, il cui capostipite Teodoro era figlio di Iolanda ultima erede degli Aleramici) e lo stato monferrino passò ai Gonzaga di Mantova. Signori ricchi, potenti e lontani, se da una parte spremettero come un limone le terre di nuovo acquisto con una feroce pressione fiscale, dall’altra ne garantirono a lungo l’autonomia rispetto al resto del Piemonte, o meglio rispetto ai Savoia dalla forte politica accentratrice. Il Monferrato riuscì a conservare la sua prerogativa di terra non piemontese anche dopo la definitiva annessione al Regno di Sardegna, e la sua integrità territoriale fu perpetrata con l’istituzione delle antiche province di Casale e di Acqui, che ne ricalcavano esattamente i confini e gli àmbiti di influenza. Nel 1935 si ripristinò la vecchia provincia di Asti soppressa a metà Ottocento, che invece di limitarsi al retaggio storico e tradizionale dell’antica Astesana fagocitò alcune porzioni moralmente significative delle terre Monferrine.  Da allora l’area definitivamente smembrata assunse un’identità informe ed ameboide, un ectoplasma indefinito dove la realtà della sua storia millenaria veniva puntualmente disconosciuta e disattesa dalla mancanza di politiche unitarie volte alla valorizzazione territoriale. La colpa di ciò va ascritta in parte all’Astesana, che accettò acriticamente la fasulla identità monferrina cucitale addosso nel dopoguerra da amministratori poveri di spirito; in parte si può assegnare alla passività del Monferrato, che ha sempre trascurato fino a tempi recentissimi la tutela e la rivendicazione delle proprie  specificità . La zonazione vitivinicola attuata agli inizi degli anni ’70  per delimitare le aree a denominazione d’origine controllata peggiorò le cose, facendo un unico gran minestrone di territori, tipicità, storia, tradizioni, e fornendo ad esso un’identità intercambiabile che alla fin fine privava i termini “Asti” e “Monferrato” di qualsiasi riconoscibilità.
Oggi le cose stanno cambiando, e sembra si sia capito come la valorizzazione del territorio e delle sue produzioni debba obbligatoriamente passare attraverso il recupero di un’identità forte e decisa. Rimane tuttavia ancora irrisolto e limitante il problema dell’unità di azione e di programmi, risolvibile solo tramite organismi estranei alla logica delle amministrazioni provinciali.

Il paesaggio
“Ivi non monti, ma bei colli et culti, / fertili, aprici sono et ben distinti,/ l’aratro patienti, ornati et fulti/ de vite et de fructifer arbor cinti. Sì che per lor beltade han dicto multi / da Dio e da Natura esser depinti.
A piè dei colli son valli et belli / et verdi prati et placidi ruscelli./ Sì che qualunque ben misura et vede/ di questa patria ogni suo colle et piano / dirà di Vener bella esser la sede/ et quella coltivar con propria mano./ Et chi ben pensa a quello che possiede/ il qual è necessario al victo umano / dirallo esser di Bacco albergo fido/ et di Cerer verace ostello, e nido.”

Con queste parole il casalese Galeotto del Carretto, non disprezzabile poeta del Rinascimento, delineava nel 1493 il ritratto di un paesaggio che incarna tuttora l’essenza stessa del Monferrato. Colline, innanzitutto, segnate dall’attività e dalla presenza dell’uomo in maniera profonda ma armoniosa. Cerere e Bacco, i campi e la vigna, oggi come cinque secoli fa si alternano senza mai prendere il sopravvento. Contrariamente all’Astesana o a certe zone delle Langhe, quest’area non ha conosciuto la fittissima dispersione dell’insediamento rurale; per ragioni storiche, economiche e sociologiche i paesi sono rimasti accentrati, mentre le abitazioni contadine sono prevalentemente organizzate in piccole frazioni compatte o in vaste ma ben distanziate “cascine” plurifamigliari.  Il territorio ha così potuto conservare un’integrità ambientale che in molte sue parti raggiunge un’inimitabile perfezione, complice anche la levigata dolcezza dei rilievi collinari e l’alternanza quasi costante della vigna al campo, al prato, alla macchia di vegetazione spontanea che colonizza i versanti più impervi o gli scoscendimenti delle ripe. Si può ben capire come il solito Giosuè Carducci, formidabile coniatore di slogan che ancora oggi fanno la gioia degli assessorati al turismo, avesse  definito queste terre “..una Toscana senza cipressi”. La loro forza sta nell’inconfondibile omogeneità, contraddistinta da “denominatori comuni” profondamente caratterizzanti ed inequivocabili. Al primo posto l’edilizia tradizionale che impiega largamente il tufo d’estrazione locale, un’arenaria a grana fine e compatta dalle tenui tonalità color avorio antico. Questo materiale, spesso alternato al cotto in piacevoli giochi cromatici, fu a lungo utilizzato negli edifici rurali e civili, e costituisce ancora oggi un inconfondibile marchio visivo della “monferrinità”. Altro elemento di tipicità locale è rappresentato dalle monumentali parrocchiali tardo-settecentesche, sorte quasi sempre in posizioni dominanti ed in forme grandiose soprattutto ad opera del grande architetto casalese Ottavio Magnocavallo. Più dei castelli, che pure vi sorgono numerosi e non di rado estremamente scenografici, esse sono protagoniste assolute nella sky line di questi luoghi. Infine, soprattutto in àmbito artistico e culturale, il Monferrato si identifica nell’opera del suo più celebre pittore: Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, vissuto tra il 1568 ed il 1625. Dotato di prodigiosa abilità tecnica, seppe incarnare lo spirito e l’epoca della Controriforma con una vena devota e poetica di stampo tardo-manierista. I suoi quadri pervasi da tonalità delicate e brillanti sono opere “..di lieve ed affabile poetica religiosa..”, ed affollano tutte le chiese monferrine, dalla capitale ai borghi più nascosti. La sua produzione godette sempre di grandi apprezzamenti ed onori anche dopo il variare dei gusti e delle committenze, quasi che il popolo di queste colline vi ravvisasse l’emblema visivo della propria identità.

Gli accessi

Il Monferrato si raggiunge facilmente dai caselli autostradali di Casale Sud sulla Genova-Gravellona Toce, e di Felizzano ed Asti Est sulla Torino Piacenza. L’importante direttrice Casale-Moncalvo-Asti è la colonna vertebrale del sistema stradale, su cui si innestrano i percorsi secondari verso Chivasso (Val Cerrina e valle Versa) o verso Alessandria.

I vini

Il Monferrato è da sempre una delle grandi “patrie” del vino. Alle  produzioni più antiche rivolte all’autoconsumo delle popolazioni locali e delle numerosissime corti aristocratiche sparse sul territorio si aggiunsero via via imponenti realtà commerciali dirette ad ampie zone del nord Italia. Già dal XVI secolo i vini monferrini venivano regolarmente “esportati” verso la pianura vercellese e novarese, verso la Lomellina e la Lombardia. Per mezzo della navigazione fluviale sul Po confluivano fino alla lontana Mantova allora sede della corte regnante. A partire dal XVIII secolo scoppiò la moda dei vini chiaretti, destinati soprattutto al consumo qualificato delle classi più agiate; vini che trovarono in Monferrato un’ideale terra d’elezione, grazie principalmente al vitigno Grignolino. Questa varietà secondo alcuni studiosi è autoctona e conosciuta in zona già dal XIII secolo con il sinonimo di “Barbesino”. La tenue colorazione dell’acino consente di ottenere un prodotto dal colore brillante ma scarico, ideale per quei “ciaret” che mandavano in visibilio i gentiluomini piemontesi e lombardi dell’ “Età dei Lumi”. Come l’Astesana, anche questa parte di Monferrato costituì sempre un’area di resistenza alla diffusione dell’Alteno, (tecnica di allevamento a sesti d’impianto molto alti ed espansi) mantenendosi fedele alle vigne, dalle  rese unitarie più limitate ma di migliore qualità. Da queste parti era in uso fino a qualche decennio fa un particolare sistema colturale definito “casalese”, con la vite tenuta molto bassa ed il tralcio disposto ortogonalmente alla linea del filare.
La facilità dell’ “estrazione” delle produzioni enologiche monferrine verso aree di forte consumo, unitamente all’indiscusso prestigio di cui godevano, indusse tra XVIII e XIX secolo un vertiginoso aumento della superficie vitata, anche in zone dove oggi la vigna è praticamente in via d’estinzione.
Ancora alla fine dell’Ottocento erano coltivate in Monferrato almeno venticinque varietà diverse d’uva da vino, ma era già evidente come solo alcune di esse presentassero effettivi interessi economici. La sempre più pressante esigenza di produrre vini “da pasto” a basso prezzo induceva il netto predominio della Barbera e della Freisa, che colonizzavano  rispettivamente le aree più fresche ed i bricchi più soleggiati, e si imponevano a spese dell’illustre Grignolino la cui coltivazione carica di storia e di prestigio si stava riducendo ai minimi termini. Destinate a rapida estinzione le varietà a bacca bianca, tra cui predominava un tempo la Malvasia vinificata in versione secca, amabile o addirittura passita; confinate al rango di curiosità ampelografica antiche varietà autoctone come la Slarina, la Balsamina, il Bastrè, lo Zanè. A fine Ottocento la vitivinicoltura monferrina sembrava irrimediabilmente protesa ad una politica quantitativa, di reddito modesto e soprattutto di bassa immagine. Resistevano, è vero, piccole nicchie di qualità elevata, che però andavano perdendosi nel mare magnum delle produzioni di massa. All’epoca eccezionali figure di tecnici , ricercatori e divulgatori monferrini  ( come gli Ottavi, i Marescalchi, F.Martinotti etc.) lottarono con energia inaudita contro il degrado e l’avvilimento enologico della loro terra, con risultati piuttosto scarsi. A loro, alle loro intuizioni di sorprendente modernità ed attualità, all’opera capillare di divulgazione e di miglioramento tecnico vanno  tuttavia riconosciuti i meriti ideologici della rinascita enoica del Monferrato, iniziata in sordina nel dopoguerra con il recupero del Grignolino, e ancora oggi  in pieno svolgimento con la valorizzazione della Barbera. Le eccellenti potenzialità qualitative del territorio hanno trovato da tempo interpreti appassionati, che ne stanno rilanciando l’immagine con convinzione e determinazione. La realtà attuale vede comunque un appannamento del Grignolino, la cui tipologia “casalese” (colore scarico, elevata tannicità ed acidità) non incontra i favori del gusto internazionale, costringendolo ad un àmbito locale significativo ma limitato, soprattutto poco produttivo in termini di immagine. A questo fenomeno fa riscontro il rafforzamento della Barbera, che qui ha una delle sue patrie d’elezione, ma la cui denominazione “Monferrato” è ancora intesa come “parente povera” della più blasonata Barbera d’Asti. Il dibattito al riguardo è in pieno svolgimento , e vede i produttori monferrini giustamente decisi a rivendicare pari dignità tipologica per la propria Barbera, nel rispetto della tipicità e della territorialità. Un discorso a parte meritano i vini “di nicchia”: alla limitata ma positiva realtà del Casorzo Malvasia e del Ruchè, caratteristici di un’area dalla solida struttura enoica quale il Monferrato Astigiano, fa riscontro il declino dei gloriosi Gabiano e Rubino di Cantavenna, sempre più relegati al ruolo di curiosità locali.


Il Monferrato Astigiano

Si chiama così principalmente perché è compreso entro i confini della provincia di Asti, ma anche perché buona parte dei suoi comuni gravitano su Asti dal punto di vista economico ed amministrativo. E’ comunque un territorio cosciente della propria identità storica, e profondamente, compiutamente monferrino nelle sue prerogative ambientali, paesaggistiche, artistiche ed etnografiche. Oggi il concetto di “Monferrato Astigiano” viene usato spesso a sproposito, comprendendovi tutte le terre situate a nord del Tanaro e addirittura la stessa Asti, smemorata capitale dell’Astesana. In realtà si tratta di una terra dai confini ben netti, scritti dalla storia e durati per secoli fino al 1935, fino a quando durò in  vita, cioè, l’antica provincia (poi circondario) di Casale sorta sulle ceneri del glorioso Marchesato. Punto di partenza per gli itinerari dell’area è la città di Moncalvo.


Il Monferrato Casalese

Il termine è moderno, e nacque a partire dal 1935, quando il Monferrato unitario fu smembrato ed assegnato alla giurisdizione di due province diverse. Casale se ne sta ai margini, ma è inevitabile punto di partenza e di arrivo per la conoscenza del territorio.
Casale è l’unica, la vera capitale del Monferrato, almeno dal 1436, quando i marchesi decisero di farne definitivamente la sede della propria corte e dell’apparato statale. Solo apparentemente volta le spalle alla  sua terra, eccentrica com’è e protesa verso la pianura, ma in realtà mantiene con essa profondi e reciproci legami affettivi, culturali e ideologici ancor prima che amministrativi. Dopo molti anni di disinteresse la città sembra decisa a riaffermare con decisione il ruolo di guida che le compete, soprattutto con un’intelligente politica di valorizzazione culturale, rilanciando nel contempo la sua illustre tradizione enologica e gastronomica.


Alto Monferrato

Il Monferrato costituì per molti secoli una nazione, e come tutte le nazioni che si rispettino ha avuto le sue brave ripartizioni interne, territoriali ed amministrative. Per i capricci della storia l’antico, illustre marchesato fu sempre strutturato in due tronconi, distanziati tra loro dall’Astesana e collegati soltanto da una risicata lingua di terra in prossimità del Tanaro. La denominazione di questi due corpi separati fu per molto tempo casuale ed arbitraria; così tra XVII e XVIII secolo si parlava di “ Monferrato Superiore” e “Monferrato Inferiore” in riferimento rispettivamente alle terre verso il Po e a quelle verso l’Appennino. I cartografi francesi del XVIII secolo coniarono per la prima volta le espressioni “Haut Montferrat” per designare la parte settentrionale, che per l’appunto sta in alto nelle rappresentazioni topografiche,  e “Bas Montferrat” per la parte meridionale che occupa nelle medesime la parte inferiore. Nello stesso periodo la cancelleria e la cartografia del Regno di Sardegna, per contro, fecero all’opposto non appena i Savoia acquisirono il definitivo dominio di queste zone: basandosi principalmente sull’aspetto altimetrico si cominciò ad usare il termine di “Basso Monferrato” per la parte settentrionale, e di “Alto Monferrato” per quella meridionale. La perdita dell’antica autonomia, pur non cancellando la radicata identità dell’antico stato monferrino, provocò di fatto la separazione delle due entità territoriali che lo costituivano: private del collante prima rappresentato da un’unica amministrazione e da un unico apparato burocratico, ognuna di esse andò per la propria strada, accentuando le reciproche diversità un tempo subordinate all’identità comune. E’ rimasto in comune il nome glorioso, la memoria storica, il fascino di una forte e radicata tradizione vitivinicola, l’appartenenza ad un’unica Provincia: tutto il resto lascia capire con chiarezza che si tratta di due “piccole patrie” sostanzialmente autonome, ognuna con i propri poli gravitazionali, le proprie strutture economiche, le proprie particolarità morfologiche, ambientali, paesaggistiche. Per quanto riguarda l’Alto Monferrato, ciò che lo caratterizza  è il rapporto costante e privilegiato con la Liguria e con il mondo mediterraneo, che ne ha influenzato profondamente  la storia, i dialetti, le tipologie architettoniche ed urbanistiche, le espressioni artistiche e le tradizioni gastronomiche. Oggi è una terra straordinaria, decisa finalmente a far conoscere le proprie qualità. Ha tutte le carte in regola per farlo: ambiente naturale bellissimo e in gran parte incontaminato, centri storici ricchi di testimonianze del passato che hanno nei numerosi castelli i simboli più evidenti e spettacolari; gastronomia di prim’ordine, che ha i suoi punti di forza nelle produzioni tipiche di formaggi, salumi, dolci, nei funghi e nei tartufi, nella fitta rete di ristoranti, trattorie tradizionali, agriturismo. Infine il vino, che qui come in altre zone del Piemonte è il primo ispiratore delle politiche turistiche: ci sono realtà forti e trainanti come il Gavi, che ha raggiunto da tempo una notorietà ed un prestigio internazionali, o come il Brachetto d’Acqui che sta consolidando sempre più il suo travolgente e recente successo; ci sono grandi  potenzialità ancora in gran parte da esprimere come il Dolcetto d’Ovada, i cui caratteri d’intensità e rotondità vedono crescere l’interesse dei consumatori. La volontà di promuovere attraverso un disegno comune di sviluppo del turismo e dei prodotti tipici, ha portato in tempi recenti al recupero ed al rilancio dell’identità territoriale, che ha trovato la sua più forte affermazione nella nascita dell’Associazione Alto Monferrato, costituita dai cinquantotto Comuni appartenenti a questa “piccola patria”.

Genesi del Territorio

A dispetto della leggenda tanto cara agli spiriti romantici di ogni epoca, Aleramo fu un signore già ricco sfondato di suo, che nell’anno 967 si vide assegnare dall’imperatore Ottone I il dominio sull’antica Marca carolingia della Liguria Occidentale, estesa tra il Tanaro, l’Orba ed il mare. La casata aleramica si frazionò, dopo la morte del capostipite, in numerosi rami collaterali, che non riuscirono o non vollero mantenere l’originaria unità della Marca, ma che diedero vita ad altrettante signorie autonome, chiamate a loro volta “marchesati”. I discendenti diretti di Aleramo concentrarono la loro attività politica e dinastica nel territorio a destra del Po, prendendo il nome da una piccola porzione di esso che si chiamava “Monferrato”. Tutti gli altri si spartirono il restante: nell’area che ci interessa spadroneggiavano i marchesi del Carretto, i del Bosco, i di Ponzone, i cui possedimenti si alternavano a quelli di altre piccole signorie locali non aleramiche, ed ai marchesati obertenghi di Gavi e di Parodi. A complicare ulteriormente le cose c’erano i beni feudali molto estesi dei vescovi di Acqui, e le velleità comunali della stessa città, che tentava di assumere il controllo dell’antico comitato detto “Acquesana”. A partire dalla seconda metà del XIII secolo i marchesi di Monferrato iniziarono il tentativo di ricomporre l’unità dell’antica marca aleramica sotto il loro diretto dominio, a spese degli altri signori che si stavano indebolendo a seguito di sempre più vistosi frazionamenti ereditari. Il tentativo riuscì solo in parte, perché trovò l’ostacolo della crescente potenza di comuni cittadini  come Asti o Alessandria. Tuttavia alla metà del Trecento il Monferrato si era definitivamente annesso, a volte con la forza, più spesso con dedizioni spontanee, buona parte di quelle terre  tra il Tanaro e l’Appennino che ancora oggi si definiscono “monferrine”. Esse erano strette ad sudovest tra i marchesati di Ceva e del Carretto fedeli ad Asti, a nord-ovest dalle terre dell’Astesana, a sud e ad est dai dominii genovesi. Acqui assunse all’epoca un ruolo importantissimo di sub-capitale per l’amministrazione e la difesa dell’area, che agli inizi del Quattrocento venne inalzata al rango di “Contea d’Acquesana” e assegnata al primogenito del marchese regnante.  Pur rimanendo fuor di discussione l’appartenenza e la fedeltà al Monferrato, questo provvedimento ne rafforzò l’identità e gettò le basi per una rigogliosa fioritura economica e sociale destinata a durare a lungo. Nel 1431 i Visconti di Milano, in guerra contro il Monferrato, occuparono armata manu una nutrita serie di paesi dell’Alto Monferrato e delle Langhe. Alla morte senza eredi del duca Filippo Maria Visconti essi furono confiscati dall’Imperatore del Sacro Romano Impero e divennero “feudi Imperiali”, nominalmente dipendenti da Sua Maestà, di fatto “affittati” ai migliori offerenti, cioè alle potenti e ricchissime famiglie genovesi. Gli Adorno, i Durazzo, i Centurione, gli Spinola, i Grimaldi e via elencando fecero rinnovare e ricostruire i castelli in forme grandiose; poiché i Feudi Imperiali godevano dell’extraterritorialità non rimasero quindi coinvolti nelle lunghe guerre del XVII secolo e giunsero fino a noi in ottimo stato. Grazie a ciò ancora oggi l’Alto Monferrato è una delle aree castellate più impressionanti d’Italia per numero, bellezza, buon stato di conservazione dei manieri che vi sorgono. Estintosi lo stato monferrino nel 1708 i suoi territori costituirono le nuove province sabaude di Casale e di Acqui, che ne ricalcavano esattamente i confini e ne perpetravano l’identità territoriale.


Alto Monferrato: la Strada del Vino.

Prima in Piemonte è stata realizzata la Strada del Vino, intuendone appieno il ruolo fondamentale per la valorizzazione e la definitiva consacrazione turistica del territorio. Come ha detto uno dei promotori dell’iniziativa, “..è la prima moderna Strada del Vino del Piemonte, pensata e gestita come un’impresa di interesse collettivo con impegni, controlli, animazione, spirito di accoglienza. Una Strada che partendo dal vino arriva a presentare e a rendere fruibile il territorio in maniera completa, con tutte le sue particolarità enogastronomiche, ambientali ed artistiche. E’ articolata in sei “percorsi” tematici, che esaltano le caratteristiche produttive ed ambientali di ogni area, valorizzandone ad un tempo le peculiarità di tipo storico-artistico.

Porte d’accesso

L’Alto Monferrato è attraversato dall’autostrada Genova-Gravellona Toce  che lo rende comodamente raggiungibile tramite i caselli di Ovada ed Alessandria Sud; una bretella autostradale tra Tortona e Novi la collega alla Milano-Serravalle ed alla Lombardia . Le principali strade statali sono: da Asti la Nizza-Acqui (tortuosa ma molto panoramica) o la Nizza-Alessandria; da Alessandria cominciano le tre antichissime strade per le Riviere: una per Acqui risale la valle Bormida fino a Savona; l’altra per Ovada lungo la  valle Orba fino a Genova; la terza per Gavi e la val Lemme fino a Genova.  Il territorio è ben servito da linee ferroviarie che collegano la Liguria al Piemonte:  le stazioni più comode sono Alessandria, Acqui e Novi.




Ultimo aggiornamento Mercoledì 21 Marzo 2012 18:17
 

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