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Festa di San Giovanni - Torino PDF Stampa E-mail
Tra storia, mistero e archeologia

La festa di San Giovanni Battista

La festa torinese di San Giovanni Battista che si celebra ogni anno nel capoluogo piemontese la sera e la notte del 23 giugno, costituisce certamente la punta di diamante della ritualità, per certi aspetti “pagana”, della tradizione piemontese.
Prima che il Cristianesimo ritualizzasse nella propria tradizione cultuale la festa solstiziale dedicandola a San Giovanni, i giorni del solstizio d'estate erano tradizionalmente dedicati ai culti naturalistici consacrati al sole.

 


La scelta cristiana di consacrare il 24 giugno a San Giovanni va vista in relazione alla natività di Cristo del 25 dicembre: ponendo l'Annunciazione nove mesi prima e basando l'interpretazione sulla testimonianza del Vangelo (Luca afferma che  Maria andò a trovare Elisabetta al sesto mese di gravidanza, nei giorni dell'Annunciazione), Ë stata stabilita la nascita del Battista, creando un dies natalis totalmente diverso da quello degli altri santi celebrati nel calendario (San Giovanni è l'unico santo di cui è festeggiata la nascita) (1).
La scelta della data va anche considerata come uno dei tanti aspetti della "purificazione" attuata dalla chiesa, con l'intenzione di cancellare le persistenze pagane, sovrapponendo ad esse le devozioni della nuova religione. Infatti il periodo solstiziale era troppo importante all’ interno della ritualità precristiana e, a differenza di altri culti, non fu facilmente sradicabile.
Si andò quindi affermando una pratica sincretistica in cui credenze tipicamente pagane convivevano con il culto cristiano.
Un esempio molto chiaro di questa tradizione, è rinvenibile nella  Figlia di Jorio, di Gabriele d’Annunzio: nei versi del poeta sono infatti ben presenti gli echi di una serie ai credenze precedenti il cristianesimo e collegabili al culto del  sole praticato in occasione del solstizio: 
"E domani è San Giovanni, / fratel caro: E’ San Giovanni. / Su la plaiia me ne vo gire, / per vedere il capo  mozzo / dentro il sole, / all’apparire, per vedere nel piatto d’oro / tutto il sangue ribollire”.
Il culto del solstizio con la celebrazione del sole, sono espressioni della tradizione religiosa di cui abbiamo ampia testimonianza fin dal passato più remoto, quando la natura costituiva l’oggetto principale delle celebrazioni rituali.
Secondo la visione del Frazer, “indotto in errore dalla sua ignoranza della vera ragione delle cose l'uomo  primitivo credeva che, per produrre i grandiosi fenomeni della natura dai quali dipendeva la sua vita, egli dovesse soltanto imitarli; immediatamente, in virtù di una simpatia segreta o di un' influenza mitica, il piccolo dramma che egli rappresentava in una radura in mezzo alla foresta o in una valle in mezzo ai monti, in una pianura desertica, su una spiaggia  sbattuta dai venti, sarebbe  stato ripreso e ripetuto da attori più grandi in una scena pi˘ vasta" (2).
Per alcuni la festa di San Giovanni sarebbe la trasformazione di un antico culto solare (un preciso riferimento è reperibile nella festa romana del 24 giugno indicata come solstitium o campas), che rivela quindi una radice ben assestata  nella tradizione rituale precristiana. E’ anche importante non dimenticare la commistione con la dimensione agraria, che con il culto del sole aveva un naturale legame simbolico. Ad esempio, nel mondo romano, giorno dies lampadarum erano celebrate Fortuna e Cerere, due divinità solari e agrarie. Va ancora segnalato che Giovanni Battista, nell’iconografia è spesso riproposto sul modello della divinità agricola. Un interessante esempio del culto solare in ambito agricolo è ben espresso nel tradizionale gioco delle “ruzzole”  praticato  nell’Appennino modenese (ma attestato anche con piccole varianti in altre aree), in diverse pratiche ludico-simboliche rimaste vive solo in alcune espressioni del folklore.
Per il Lanternari questa tradizione, la cui origine è forse pre-celtica e che trovò la sua massima espressione del lancio di grandi ruote di legno accese e non di rado inghirlandate, si "riferisce al ciclo discendente del sole, avente inizio nella data rituale in questione e risponde all'intento di sfondare ritualmente il nuovo anno astronomico dando, in senso magico, il via ad un favorevole corso del sole, identificato nella ruota” (3).
Nell’antica Roma era d’uso lanciare i lis cidulis, mentre la pratica del lancio di ruote infuocate è ancora viva nelle Alpi orientali; normalmente il lanciatore prima di lasciare l’oggetto, dedica il rito gridando: “vodi cheste cidule onor di...” e accompagna l’esclamazione con il nome del santo festeggiato (la festa si ripeteva anche all’Epifania, Pasqua, santi patroni, ecc.). Queste ruote avvolte di paglia ed incendiate, di cui abbiamo comunque esempi anche in altre aree europee e spesso vincolate al falò rituale, sono state interpretate da alcuni folkloristi come tentativi di ricostruzione simbolica del ciclo solare. L’azione nasce da una raffigurazione coreutica ben definita che trova la propria origine nel concetto di magia simpatica, comunque presente in molte delle manifestazioni rituali della cultura.
Nel corso del solstizio d’estate, in Gallia si accendevano i fuochi sui monti che venivano dedicati al dio Belen, si piantavano alberi con fiori e nastri e si offrivano delle uova. La presenza delle uova è particolarmente interessante e pone ancora in evidenza il significato fortemente simbolico di questo prodotto, che in molte cerimonie rappresenta la vita e la rinascita; un simbolismo ben adatto alla conformazione della festa, posta proprio in un momento stagionale che segnava la rinascita del periodo più fecondo dell’anno.
I rituali legati a San Giovanni, non ancora spenti nel folklore di molti paesi, possono quindi essere posti in relazione alle feste solstiziali precristiane, in cui si celebrava la morte - rinascita del ciclo stagionale.
Nel mondo classico, in occasione della festa di Fors Fortuna e di Sol Invictus, i partecipanti banchettavano e danzavano sfrenatamente, come attesta chiaramente Ovidio: “Andate e celebrate lieti, o Quiriti, la dea Felice! Correte in parte a piedi e in parte su celeri barche... Ne poi vergognate di tornare ebre a casa. La venera la plebe perché il fondatore si dice che fosse plebeo e da strato umile fosse giunto al trono”.
Di conseguenza molti atteggiamenti tipici della festa furono intesi come pratiche demonizzabili e quindi da esorcizzare attraverso la morale delle chiesa cristiana. A livello popolare però, queste pratiche non si sono spente e hanno mantenuto una propria vitalità, conservando alcune caratteristiche invariate: il fuoco, i giochi, le sfilate, le danze, il coinvolgimento collettivo in un falò finale, forse ultima memoria di un’antica trasgressione. Anche sulla base di questa tradizione si andò affermando la credenza che la notte di San Giovanni fosse il momento dedicato alla celebrazione dei rituali delle streghe, in Piemonte archetipizzate nelle memoria collettiva attraverso lo stereotipo della masca.
Un’altra pratica legata a San Giovanni è quella che propone di danzare intorno alle grandi pietre, considerate cariche di poteri magici (4): tale esperienza si collega al ballo intorno al falò, che pur avendo caratteristiche formali diverse, risulta un soggetto simbolico importante nel meccanismo rituale del culto solstiziale.
Trascorrendo la notte nelle piazze “e in campagna, presso fonti e fiumi, non solo si cantava e si danzava per tutta la notte, ma si facevano presagi, si prediceva la sorte a chiunque sopraggiungesse e si raccoglievano erbe e foglie che venivano battezzate nelle acque da compari e comari, per essere religiosamente (quasi religionis causa) conservate in casa, appese alle pareti, per tutto l’anno” (5).
Le erbe raccolte durante la notte di San Giovanni erano ritenute le più adatte per preparare filtri, pozioni magiche e praticare incantesimi.
La raccolta delle erbe in periodi particolari dell’anno, non deve però essere solo considerata il risultato di un atteggiamento superstizioso, condizionato da influenze mitiche esterne, ma piuttosto l’effetto della concreta consapevolezza che solo in alcuni giorni dell’anno era possibile ottenere i massimi principi attivi (tempo balsamico).
Tutte queste tradizioni erboristiche rivelano una matura conoscenza della fitoterapia e soprattutto la capacità di creare una favorevole simbiosi con la natura.
in quella magica notte, oltre alla raccolta di erbe necessarie per preparare filtri e medicine dotate di poteri soprannaturali, era d’uso anche bagnarsi con la rugiada gli arti sofferenti; spesso queste pratiche venivano estese a tutto il corpo. Durante la festa di San Giovanni anche l’acqua era considerata magica: infatti il bagno in mare nella notte del 23 giugno serviva a far passare alcune malattie.
Uomini e donne che rotolavano nudi nei prati per assorbire il potere della rugiada di San Giovanni, evidentemente crearono un’atmosfera facilmente demonizzabile dall’autorità ecclesiastica, che in questa pratica  non aveva difficoltà ad individuare i resti di una manifestazione stregonesca.
Forse anche per tale caratteristiche del rito un Editto pubblicato a Roma il 17 giugno 1755, dal Vicario Marco Antonio Colonna, avvertiva di vigilare e contenere gli “abusi che si commettono nella notte della vigilia di San Giovanni Battista”, ricordando che contro i “trasgressori si procederà anche per inquisizione”...
Nella magica notte le donne da marito traevano auspici sul loro futuro sposo attraverso molteplici forme rituali. La zitelle “mettevano piombo nell’acqua a liquefare e dalla forma del piombo cercavano di capire la qualità del marito sperato: usanza molto diffusa anche questa. Si adoperavano anche tre fagioli: uno sbucciato del tutto, uno solo per metà, il terzo intatto. Questi fagioli si avvolgevano nella carta e si ponevano sotto il guanciale: la mattina del San Giovanni si tirava a sorte: l’intatto presagiva uno sposo ricco, quello mezzo sbucciato uno sposo mediocre, quello del tutto sbucciato un nullatenente (...) Si usava per simili presagi interrogare la margherita o la forma che prendeva un bianco d’uovo sciolto in una bottiglia d’acqua, o la posizione che prendeva una pia gettata per le scale: il numero dei gradini significava il numero degli anni che dovevano passare prima di trovare marito. Uguali usi vivono tutto dì in Sardegna, con qualche differenza insignificante: a vece dei fagioli si usano per lo più le fave e i pronostici, collo scioglimento dello stagno o dell’albume dell’uovo” (6).
Queste tradizioni sul rapporto tra la festa di San Giovanni e la ricerca dello sposo, sono state poste in relazione alle feste dell’amore celtiche, che avevano uno svolgimento rituale in cui spesso ricorreva il tema del falò.
Le danze delle coppie “intorno a queste grandi fuochi, può essere una derivazione dell’uso primitivo di unirsi presso gli alberi sacri, nonché del fatto che l’accensione del fuoco aveva il valore simbolico di accoppiamento, per analogia che presenta l’atto sessuale con l’introduzione di un legno appuntito in un altro bucato manovrato  fino all’accensione, ciò che risulta dai miti che fanno sprizzare il fuoco dal corpo della donna e più particolarmente dai suoi organi genitali; dai riti braminici relativi all’accensione del fuoco sacro: la notte che precede l’accensione del fuoco, il bastone a punta che deve manovrare nella parte inferiore del legno è affidato al sacerdote mentre questo legno inferiore è affidato a sua moglie: entrambi debbono concorrere al rito dell’accensione e sono sottoposti a tabù speciali quando vi attendono” (7).
In sostanza, quasi in tutte le località in cui sopravvive la festività del 24 giugno, il tema dominante che si è conservato con maggiore frequenza è quello relativo al falò ( a Torino chiamato farò), intorno al quale si ballava e cantava (a Torino questa pratica è chiamata balloira).
Il fuoco sacro è anche figura simbolica importante tra i Berberi: quando si celebra l’Ansara, 24 giugno, si accendono molti falò in luoghi ritenuti particolarmente significativi (campi, crocevia, ecc.) che vengono dedicati al Battista, considerato dalla religione islamica un importante profeta (8).
In Europa, accanto al falò era inoltre d’uso accostare i malati, che ne avrebbero tratto i favorevoli influssi; inoltre, la cenere ottenuta era considerata dotata di poteri taumaturgici e protettivi. l’eco di questa antichissima tradizione può essere rintracciata nell’abitudine popolare che prescriveva di saltare nelle ceneri ancora calde, per proteggersi da malattie e malocchio.
Le credenze sulle proprietà protettive del falò sono sempre state molteplici in ogni tempo, il “bestiame veniva cacciato attraverso il fuoco per guarire bestie ammalate e per conservare da ogni specie di mali durante l’anno quelle  che erano sane (...) Il popolo prevedeva l’altezza a cui sarebbe cresciuto il lino dell’anno dall’altezza a cui  si levavano le fiamme del rogo: e chiunque saltava la pira accesa era sicuro di non soffrire alle reni quando falciava il grano alla mietitura (...) piantavano i bastoni mezzo bruciati del falò nei campi credendo di far crescere alto il lino. In altre ancora si metteva nel tetto della casa un tizzo spento per proteggerlo dal fuoco (...) ragazzi e ragazze dandosi la mano saltavano i falò di S. Giovanni pregando che la canapa crescesse alta tre braccia e davan fuoco a ruote di paglia che ruzzolavano per la collina. Qualche volta, saltando nel rogo gridavano: Lino! Lino! Possa il lino quest’anno crescere altro sette braccia (...) In alcune parti del Norrland la vigilia di S. Giovanni si accendevano dei fuochi nei crocevia. Il combustibile consiste di nove specie di fungo (Baran) per combattere l’azione dei Troll e altri spiriti malvagi che si suppone vadano in giuro quella notte” (9).
In più occasioni, il motivo del falò è stato posto in diretta relazione al sacrificio: l’accostamento è plausibile e troverebbe nei fantocci posti sulla catasta - in alcune feste-  nel lancio di oggetti, o addirittura nell’uccisione di animali, una sorta di rielaborazione delle più cruenti pratiche pagane.
Giulio Cesare, riferendosi ai riti celtici annotava che “certe popolazioni costruiscono statue enormi, fatte di vimini intrecciati, che riempiono di uomini vivi ed incendiano, facendoli morire tra le fiamme”  (10).
L’eco di questi antichi rituali può essere rintracciata nella tradizione di far ardere delle effigi all’interno del fuoco purificatore solstiziale.
Come detto, anche gli animali furono per molto tempo vittime del falò di San Giovanni: ad esempio, in Francia erano lanciati nel fuoco dei serpenti vivi, ma i gatti furono comunque le vittime più diffuse.
Le ceneri degli animali sacrificati erano spesso raccolte e conservate come talismani contro le malattie e il malocchio.
Nelle regioni d’Oltralpe era d’uso innalzare accanto al falò un albero della cuccagna: entrambi venivano benedetti dal prete. In alcune località la salita sull’albero e l’accensione del falò, erano effettuate non solo il 24 giugno, ma anche il 1 maggio.
Sulla catasta di legno poteva anche essere collocato un albero, che aveva sulla punta una corona di fiori. nella Parigi del Re Sole, all’albero, decorato di rose, era appesa una cesta contenente due dozzine di gatti e una volpe, destinati ad ardere nel gran fuoco finale.
In generale, per quanto riguarda la tradizione del falò di San Giovanni, praticata nei diversi ambiti  geografici, possiamo razionalizzare tutta una serie di caratteristiche comuni:

 

  • legame con tradizioni precristiane

  • assegnazione, ad alcune persone, dell’incarico di raccogliere il legno per il fuoco e provvedere al mantenimento del falò

  • danze, balli sfrenati, cori e urla intorno al falò

  • saltare nel fuoco, o nella cenere: azioni considerate protettive per gli uomini e per gli animali

  • accensione di ruote di legno o paglia, lancio delle stesse lungo le pendici delle montagne

  • tizzoni e cenere del falò considerate protettive e taumaturgiche

  • nel falò si lanciavano oggetti e cose vecchie; si ardeva un fantoccio (11)

  • vittime viventi lanciate nel fuoco (12).

A Torino la festa di san Giovanni -ancora oggi parte integrante del folklore piemontese, grazie all contributo dell’Associassion Piemontéisa- è documentati a partire dal XVI secolo. Ma non vi sono motivi storici per escluderne la presenza nei periodi precedenti.
Oltre alla processione, al falò e alla balloira per l’occasione veniva anche celebrata la messa dall’arcivescovo direttamente nel duomo, che poi guidava la processione davanti alla numerosa folla intervenuta.
In seguito si distribuivano fiori e arance: segni sopravvissuti  chiaramente ai culti solstiziali nei quali frutti e fiori avevano un chiaro significato propiziatorio.
A partire dal XIV secolo, il comune provvide anche ad ufficializzare certi componenti della festa, dando ai trombettieri (trombadotores) e ai venditori di caramelle (caramelator) una tonaca e il cappuccio.
Altre manifestazioni organizzate in occasione della festa di San Giovanni erano il tiro con l’archibugio e l’elezione di un “re” della balloira: quest’ultimo era esente da servizi di ogni genere e godeva di altri piccoli privilegi.

 

NOTE

1) La morte di San Giovanni è celebrata il 28 agosto.

G. Frazer, Il ramo d’oro, Torino 1965, pag. 110.

3) V. Lanternari, Cristianesimo e religioni etniche in Occidente. Un caso concreto d’incontro: la festa di San Giovanni, in Occidente e Terzo Mondo, Bari 1967, pag. 75.

4) P. Sébillot, Riti precristiani nel folklore europeo, Milano 1990.

5) A. Rivera, Il mago, il santo, la morte, la festa. Forme religiose nella cultura popolare, Bari 1988, pag. 130.

6) G. C. Pola Falletti di Villafelletto, Associazioni giovanili e feste antiche, Torino 1939, pag.????????

7) G. C. Pola Falletti di Villafelletto, Op. Cit., pag.????????

9) J. Filip, I Celti, Alle origini dell’Europa, Roma 1987, pag. 112.

10) Gaio Giulio Cesare, De bello gallico, ???????

11) Nel fantoccio può essere individuata una trasposizione simbolica della vittima sacrificale. Ricordiamo inoltre che le torce e le fascine destinate ad ardere il fantoccio erano portate in processione nei campi con canti e urla. Il fantoccio poteva essere un personaggio con caratteristiche definite: orso, Giuda, Erodiade, strega, ecc. nel fantoccio  è stato anche individuato lo Spirito della vegetazione: le ceneri del falò erano sparse sui campi. Un frammento del fantoccio era sotterrato nei campi.

12) Il sacrifico di animali è stato interpretato come la reminiscenza di una tradizione celtica: cfr. De bello gallico.

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Agosto 2010 09:22
 

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