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La battaglia della Marsaglia PDF Stampa E-mail
Tra storia, mistero e archeologia
 

La battaglia della Marsaglia

4 ottobre 1693

In collaborazione con il Reggimento DRAGONI DI S.A.R.

E' con un atto notarile che, in data 6 ottobre 1994, la costituenda ASSOCIAZIONE CULTURALE MARSAGLIA 1693 fa rinascere il reggimento DRAGONI DI S.A.R., animato da un gruppo di amici con la comune passione per la Storia piemontese e la volontà di ricordare, e far conoscere, una gloriosa pagina di Storia ormai dimenticata.
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La Battaglia

Ormai è sera, ed in questo fazzoletto di terra incolta circondato da vigne che producono vini generosi, per far festa e rallegrare gli uomini, lo spettacolo è devastante: dodicimila soldati giacciono in terra morti, i corpi straziati dalle cannonate, i colpi di moschetto, le cariche di cavalleria. 

Dodicimila uomini provenienti da tutta Europa, giunti fino alle porte di Torino a piedi, a furia di marce forzate insieme agli altri sessant'ottomila compagni che, per il momento, potranno chiamarsi fortunati per essere scampati ad un tale massacro.

E' terminata la battaglia della Marsaglia, nota anche come battaglia di Orbassano, non che faccia molta differenza per tutti quei caduti. Il ducato di Savoia, retto con coraggio dal Duca Vittorio Amedeo II, appena ventisettenne, non è riuscito ad opporsi alla dilagante prepotenza del regno di Francia, illuminato dal Re Sole, Luigi XIV, sovrano assoluto.

Ma facciamo un salto indietro.

Vittorio Amedeo II di Savoia (ritratto a fianco) sale al trono con un piccolo colpo di Stato destituendo la madre, Giovanna Battista di Savoia-Nemours, il 16 febbraio 1686 e subito si trova a dover sottostare al volere dell'ingombrante vicino, il Re Sole. Il Duca di Savoia è praticamente vassallo del Re di Francia, grazie alla politica filo francese fin'ora svolta dalla madre reggente in sua vece, francese essa stessa, legata da stretta parentela a Luigi XIV, ed al matrimonio da lui contratto con Anna d'Orléans, nipote del Re. 
Ecco quindi che decide di stringere alleanza con l'Impero, andando a bussare alle porte di Vienna: "Da lungo tempo mi trattavano come vassallo, ora mi trattano come paggio; è venuto il tempo di mostrarmi principe libero ed onorato". A Vienna, inoltre, risiede il cugino, Principe Eugenio di Savoia-Carignano-Soissons, anch'egli fuggito dall'asfissiante corte di Versailles, inizialmente avviato alla carriera ecclesiastica ed ora grandissimo condottiero venerato dalla corte imperiale, prossimo a debellare per sempre l'incubo Turco dall'Europa nella battaglia di Zenta (1697). 

Entra così a far parte della Lega di Augusta, voluta da Guglielmo d'Orange, Re d'Inghilterra. Riuniva tutte le potenze antifrancesi dell'epoca, in gran parte protestanti: Gran Bretagna, Olanda, i Principati di Hannover, Sassonia, Baviera e Brandeburgo, Spagna, Svezia ed Impero Germanico. Il Duca di Savoia ottiene (a ventiquattro anni) il grado di generalissimo delle truppe alleate in Italia contro la restituzione delle piazze di Pinerolo e Casale Monferrato. 

L'alleanza non dà subito i frutti sperati: il 18 agosto 1690, a Staffarda, perde lo scontro con i francesi. A capo dell'armata avversaria c'è il maresciallo Catinat. 

Nicolas de Catinat era, all'epoca, il terrore per gli eserciti avversari ed in particolare per i protestanti che risiedevano nelle valli valdesi in Piemonte. Ottimo soldato e grande generale, straordinariamente abile e preparato quanto micidiale nello sferrare i suoi attacchi e nell'operare sul campo di battaglia. La sua carriera militare cominciò da un fallimento che determinò la chiusura della precedente carriera, peraltro appena iniziata: era infatti un giovane avvocato al primo incarico quando perse la causa da lui patrocinata. Il 27 marzo 1693 raggiunse l'apice ottenendo il grado di Maresciallo di Francia. 

Il resto della campagna d'Italia della guerra della Lega non ha maggior fortuna: tutto il territorio a sud di Torino viene messo a ferro e fuoco dalle truppe del maresciallo Catinat. E' del 1691 l'episodio che vede, in una Carmagnola rasa al suolo, il Duca distribuire il denaro destinato alle paghe degli ufficiali tra la folla disperata ed affamata, spezzando anche il suo Collare dell'Annunziata, simbolo d'appartenenza alla Casa Savoia. Nel 1692, a Embrun, il Duca viene colto dal vaiolo: è ancora senza prole, così, temendo per la sua vita, viene predisposto il passaggio della corona al ramo Savoia Carignano, rappresentato dal piccolo (sette anni) Principe Emanuele Filiberto. Ma il Duca miracolosamente guarisce, tornando così sul trono. 

Nel 1693 il Duca decide di assediare Pinerolo, dolorosa spina francese piantata direttamente nel fianco del Ducato, a pochi chilometri dalla capitale. Il Forte di Santa Brigida, posto a difesa della cittadella e tenuto ostinatamente dalla guarnigione francese, viene pesantemente bombardato per giorni, finché viene fatto saltare in aria dalla stessa guarnigione, che si ritira nella cittadella. Nel frattempo il Catinat prepara un'offensiva, partendo da Fenestrelle (dove nei pressi esiste ancora oggi una località chiamata Prà Catinat). Giunge a Bussoleno; da qua, indisturbato, giunge ad Avigliana, dove rade al suolo il castello. Il Duca decide allora di lasciare Pinerolo, distruggendo completamente il Forte che aveva iniziato a far riparare. Muove, con l'armata alleata, in direzione di Orbassano. 

Il Catinat nel frattempo si sposta verso Venaria Reale, dove si erge la sontuosa Reggia, fatta costruire dal padre del Duca, Carlo Emanuele II, il cui splendore offusca la stessa Versailles. Come sfregio nei confronti di Vittorio Amedeo II, il Catinat ne ordina il saccheggio; il 2 ottobre è a Rivoli, dove non concede grazia all'altra Reggia sabauda, il castello, dove il giovane Vittorio Amedeo fu proclamato Duca: viene dato alle fiamme senza che sia possibile salvare qualcosa. A questo punto decide di dirigersi anch'esso verso la piana di Orbassano. 

Fra il due e il tre ottobre 1693, le due armate giungono sulla piana, in territorio di Volvera, che si estende tra Orbassano ed i contrafforti del monte San Giorgio di Piossasco, difeso da ben tre castelli che si spiegano, uno dietro l'altro in salita, sul crinale del monte che domina la piana. Nei paesi di Piossasco e Orbassano gli abitanti attendono armati non solo i francesi, ma anche gli alleati: la zona è infatti oggetto già da mesi di continui passaggi di truppe. Agli abitanti è imposto l'onere di ospitarle, fornendo fieno per gli animali e paglia per i giacigli, oltre alle vivande, per i soldati; quando poi si tratta di truppe francesi bisogna fare i conti con i saccheggi e le violenze perpetrate senza alcuna pietà: dai testimoniali dell'epoca leggiamo di poveri contadini uccisi nelle proprie abitazioni o semplicemente per strada e case date alle fiamme dopo essere state depredate. Comunque violenze e saccheggi sono all'ordine del giorno anche fra le truppe alleate, specie quelle germaniche. 

Le due armate si scrutano e si spiano, nell'attesa di sferrare il colpo iniziale. 
E' l'alba del 4 ottobre 1693. La nebbia è fittissima; unica testimonianza di qualcosa di terribile che sta per scatenarsi sono i rullati dei tamburi, che giungono ovattati da tutte le direzioni, con calpestar di terra e rami e grida in tutte le lingue d'Europa. 

Gli alleati si schierano disponendo la destra, composta da piemontesi ed austriaci, appoggiata alla bealera Duranza, formando un fronte di quattro chilometri; fra destra e sinistra vi è un bosco, nel quale si schierano i battaglioni di religionari (valdesi e protestanti). La sinistra è in aperta pianura; davanti ad essa vi è una grossa siepe, dove viene fatta scavare una trincea nella quale trovano posto tre battaglioni spagnoli, affiancati dalla cavalleria dello Stato di Milano. Davanti al fronte è schierata l'artiglieria con trentun pezzi in tutto, difesa da alcuni battaglioni di fucilieri. Le spalle dello schieramento sono assolutamente prive di difese naturali. Comanda la destra dello schieramento il Duca di Savoia, la sinistra è comandata dal Marchese di Leganes; la prima linea della destra dal Maresciallo Caprara, la seconda della destra dal Principe Eugenio; la prima della sinistra dal Conte di Louvigny, la seconda della sinistra dal Generale d'artiglieria Don Francisco Fernandez de Cordova. Il centro è comandato dal Marchese di Parella, la cavalleria dal Conte Palfy e dal Principe di Montecuccoli per la prima e la seconda linea della destra; dal Principe di Commercy e dal Duca del Sesto per la prima e la seconda della sinistra. 

Tra le otto e le nove del mattino le artiglierie squarciano la nebbia con i loro boati, aprendo così la battaglia. Lentamente la nebbia si alza, ed allora si scorge l'esercito francese che giunge a tiro marciando a piccoli passi. In tre quarti d'ora, sotto il continuo bombardamento, giungono a seicento metri dalle linee alleate, con qualche difficoltà per mantenere l'assetto di battaglia. A questo punto aprono il fuoco anche i cannoni francesi, il cui bombardamento durerà due ore e mezza. Non appena il Catinat ritiene che sia giunto il momento di sferrare l'attacco, tutta la prima linea francese, baionetta in canna, si scaglia sugli alleati. L'ala destra alleata regge con eroismo a ben tre assalti, e la speranza di poter vincere la battaglia comincia a prendere corpo, quando giunge notizia che l'ala sinistra ha ceduto ed è in rotta. 

Ad una manovra avvolgente della cavalleria francese,le truppe spagnole, composte quasi interamente da napoletani e siciliani, si sono gettate in terra chiedendo pietà con i rosari in mano; la cavalleria dello Stato di Milano si ritira dal campo senza aver ingaggiato battaglia. L'inettitudine e le rivalità fra i generali fecero il resto. A bilanciare troviamo un reggimento spagnolo, il Tercio Lisbona che, trovando protezione solo in un rigagnolo d'acqua, si difende strenuamente fino a venir completamente annientato dalla cavalleria francese. 

L'ala destra si vede così circondata. Il Duca di Savoia ordina di ritirarsi caricando con la cavalleria, compito che viene svolto con impeto, riuscendo a sfondare le linee e catturando numerose bandiere. Gli imperiali, guidati dal Principe Eugenio riescono a ritirarsi così in buon ordine che i francesi non osano attaccarli. 

L'Alleanza ha perso; il Maresciallo Catinat non ritiene opportuno marciare su Torino: ha subito pesanti perdite, nonostante la vittoria conseguita. Ordinerà di ritirarsi in Francia, visto l'inverno alle porte. Si fermerà ad Oulx, presso Bardonecchia, da dove scriverà a Luigi XIV che le truppe sabaude si sono riorganizzate, e sono nuovamente in grado di combattere. 

Restano i paesi saccheggiati e bruciati, le vigne tutte atterrate; i campi devastati, i prossimi raccolti perduti. E' la carestia. 

E quei dodicimila cadaveri. Qualcuno viene caritatevolmente seppellito sul posto, ma dodicimila sono tanti. Dopo tre mesi i paesi vicini, esasperati dal fetore che arriva dal campo di battaglia, chiedono aiuti per cominciare ad interrare quei corpi e per poter tornare alle proprie case senza il timore di epidemie; verranno mandati battaglioni di fanteria ed arruolati volontari nei paesi, scavate delle fosse comuni e lì gettati i cadaveri. I campi non poterono essere più coltivati per mesi e mesi, e la zona generò timori e leggende. Troviamo presso gli archivi di Volvera una mappa catastale della metà del XVIII secolo. In mezzo a parcelle ben delineate di terreni e comprensori, vediamo uno scheletro ghignante: indossa un tricorno, impugna una sciabola ed un moschetto; per terra una pistola, e due cartigli: "Pro defunctis militibus exorate" e "mori probi praeci est". L'emozione è forte, e subito il pensiero va al romanzo di Stevenson, L'isola del tesoro: lo scheletro d'un soldato armato indica il punto in cui furono seppelliti quei dodicimila uomini sfortunati. 

Cosa resta di quella terribile battaglia dimenticata? 

Poco o nulla. Un grande impianto industriale è stato collocato proprio nel cuore del campo di battaglia, insieme a due discariche. Le fosse comuni sono state cancellate. Trecento anni di arature hanno poi fatto il resto. 

Ma se ci aggiriamo per i campi coltivati intorno alla fabbrica, non stenteremo a riconoscere le due cascine che servirono d'appoggio e come ospedali campali, una di queste reca ancora una croce che ne ricorda il pietoso compito. I campi, ormai coltivati a mais, sono solcati da un piccolo rigagnolo: chiedendo ai vecchi il nome di quel serpentello d'acqua, questi risponderanno bialera Lisbona, ignorando perché porti quel nome. Esistono ancora i tetti Scaglia, un piccolo villaggio che conserva le antichissime case che si trovarono, quella mattina, esattamente fra i due schieramenti. Una lapide a Borgo Doirone, presso Rivalta, ricorda il passaggio del Catinat. E' ancora in piedi il castello Marsaglia, che diede il nome alla battaglia, ma che si trova lontano dal campo: qui il Catinat scrisse la sua relazione al Re Sole il giorno dopo lo scontro. 

Infine una grande croce in pietra si erge davanti allo stabilimento, alle spalle la campagna ed il paese di Volvera. E' la croce Barone, fatta erigere all'inizio del novecento a ricordo della battaglia, posizionata nel centro dello schieramento alleato ed i cui bracci segnano la disposizione sul campo dell'esercito alleato. Una lapide ai suoi piedi recita: "In questi campi il 4 ottobre 1693-le truppe di Vittorio Amedeo II di Savoia-soverchiate dal numero dei francesi-difesero fino all'ultimo l'onore di Savoia-speranza d'Italia". Sul muro di recinzione del complesso industriale, nel 1998, il pittore torinese Walter Grassi ha dipinto un murale a trompe-l'oeil che illustra la battaglia, ed aiuta, con la fantasia, a sfondare quel lungo recinto grigio ed il tempo, ritornando indietro di tre secoli, nel momento cruciale della battaglia.
 

 

 

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